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ADOLESCENZA
I
PROBLEMI DELL'ADOLESCENZA
Dr. Luigi D'Elia
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Se nelle
teorie psicodinamiche che inquadrano l'adolescenza si parla di "crisi
adolescenziale", di "crisi d'identità", di "breakdown
evolutivo", di "rottura" delle identificazioni precedenti, di
"splitting" dei sentimenti dell'adolescente, di cambiamenti traumatici
dell'immagine del corpo, e così via, negli studi di antropologia culturale è
messa in luce la varietà della declinazione da parte delle diverse culture
della fase adolescenziale: in certe culture appare come una non conflittuale
prosecuzione della fase infantile in quella adulta, mentre in altre culture
appare come una fase di drammatica discontinuità con rituali di passaggio,
anche cruenti, che attestano l'ingresso del bambino nel mondo degli adulti
(Nicolò,Zavattini).
Sembrerebbe, da quanto detto, che nella nostra cultura l'adolescente trovi posto
nelle teorie che lo riguardano, attestanti questo passaggio critico, non potendo
trovare un suo posto nella realtà sociale, in assenza di procedure sociali di
passaggio, ritualizzate o culturalmente condivise.
Secondo una lettura storico-sociologica, fino al Rinascimento l'adolescenza pare
non avesse alcun statuto sociale: i passaggi erano più marcati; e solo in
questo secolo, fino ai nostri giorni, e in particolare dopo l'ultimo dopoguerra,
che gli studi su questo periodo della vita si moltiplicano esponenzialmente in
concomitanza dei rapidissimi sconvolgimenti socio-culturali come
l'urbanizzazione, i cambiamenti del mondo del lavoro, i progressi tecnologici,
la maggiore aspettativa di vita.
Recenti statistiche dimostrano l'impressionante dilatazione della fase
adolescenziale (così come è stata rappresentata e descritta) fino ad includere
periodi della vita che fino a pochissimi anni fa erano ritenuti a tutti gli
effetti "età adulta", e si assiste a crisi "adolescenzialimorfe"
o a modalità "tardo-adolescenziali" in uomini e donne di 30 anni e
oltre, che magari rimangono a casa dei genitori nella tipica posizione
d'interregno e di indefinitezza. Le conseguenze di questi mutamenti
sociopsicologici sono ancora tutte da scoprire.
Anche la psicologia e la psichiatria si accorgono dell'adolescenza nel momento
in cui rilevano che una gran parte dei problemi psicopatologici emergono con
virulenza in questa fase o alla fine di essa (basti pensare all'esordio di
patologie come, ad esempio, le configurazioni narcisistiche/borderline, la
schizofrenia, le tendenze suicidarie, l'uso di droghe,etc.), e ci si comincia ad
interrogare su un mondo di cui non si conoscono ancora i confini.
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L'ADOLESCENTE NEL CAMPO MENTALE FAMILIARE |
Noi preferiamo invece rappresentarci l'adolescenza come una fase della vita
(seppure dilatata) in cui l'intero gruppo-famiglia è chiamato a realizzare il
passaggio generazionale e a formare-educare-preparare gli individui affinché
svolgano tale passaggio che è anche un passaggio tra il "dentro"
della famiglia ed il "fuori" della società.
Ma l'adolescente nel fare ciò non si avvale soltanto del codice familiare, bensì
entra in contatto con altri codici culturali e sociali, in una dialettica sempre
aperta tra gli uni e gli altri.
La matrice familiare rimane però, secondo noi, durante tutta l'adolescenza, e
specie nella prima parte di essa, il codice portante della personalità
dell'individuo.
In ogni caso, siamo convinti che occorra inquadrare l'adolescenza come una fase
della vita in cui il mondo relazionale (familiare e non) assume un'importanza
determinante per la formazione dell'identità individuale e sociale: una
"traversata critica" tra una prima ed una seconda vita immaginaria (F.Dolto).
E.Shapiro considera la famiglia come un'unità tenuta insieme da presupposti
comuni, e definisce "delineazione" il processo mentale col quale
ciascun membro conserva in sé l'immagine e la rappresentazione di ogni altro
membro della stessa famiglia.
Quando, durante l'adolescenza, l'unità familiare viene minacciata dal
cambiamento, non sempre sereno, di un suo membro (l'adolescente appunto), le
delineazioni possono conservare una certa fedeltà dell'altro, o viceversa
regredire difensivamente (delineazioni difensive) distorcendo l'immagine
dell'altro e negandone i suoi nuovi bisogni di autonomia e differenziazione.
A questa illuminante formulazione, occorre secondo noi integrare la ricerca
psicoanalitica e gruppoanalitica sulla trasmissione transgenerazionale della
vita psichica (Kaes et al.) e dei "temi culturali" (Nucara, Menarini,
Pontalti).
Se, come abbiamo già accennato, l'istituzione familiare svolge la primaria
funzione di programmazione personale e culturale degli individui, essa adempie a
tale compito attraverso processi transgenerazionali e transpersonali veicolando
le rappresentazioni della realtà, attraverso "temi culturali" che
percorrono le generazioni successive, secondo modalità di trasmissione non
lineari e soprattutto non completamente visualizzabili (è un processo in buona
misura inconscio).
Ciò che "passa" attraverso le generazioni è l'insieme di
"costrutti emotivo-cognitivi" e rappresentazioni della vita psichica:
rappresentazioni degli affetti e dei legami familiari ed extrafamiliari;
rappresentazioni relative alle diverse fasi della vita e ai loro passaggi;
rappresentazioni relative ai fatti e vicissitudini specifici della storia di
ogni famiglia e alle specifiche modalità di approccio e soluzione.
Questo insieme complesso di rappresentazioni è sedimentato e profondamente
radicato nella storia transgenerazionale di ogni famiglia e costituisce l'humus
su cui ogni bambino, con la sua unicità e col suo irripetibile mondo interno,
sviluppa la propria personalità*.
Compito di ogni individuo è quello di fornire una propria
"interpretazione" della storia familiare non solo per dare senso ad
essa, ma anche per dare senso alla propria "missione" nel mondo,
potendo in tal modo declinare sia la matrice familiare, sia la matrice sociale.
Si assiste così ad un instabile equilibrio tra spinte "conservatrici"
tese alla continuità e spinte "progressiste" tese alla discontinuità
rispetto al mondo familiare.
E' proprio durante l'adolescenza che questo equilibrio viene messo più a dura
prova: l'individuo adolescente deve poter "collaudare" il proprio
bagaglio interno e familiare, e per poterlo fare lo deve poter sperimentare e
mettere in crisi, anche nel confronto col mondo extrafamiliare.
Quando però questo apparato di rappresentazioni transgenerazionali, per le più
diverse ragioni, non riesce ad assolvere al proprio compito di attribuzione di
senso della realtà, l'adolescente incontra grossi problemi.
Nella declinazione familiare della realtà si possono osservare quindi dei veri
e propri "buchi di significato" (Pontalti, Menarini, Cotugno),
ereditati dalle generazioni precedenti, che diventano aree irrappresentabili
della vita psichica degli individui delle generazioni successive: questa
irrappresentabilità può coprire aree-chiave del campo mentale familiare, e
questo ci appare alla base della psicopatologia.
Una delle conseguenze immediate è che nella dinamica familiare interpersonale i
processi di delineazione (Shapiro) si cristallizzano difensivamente all'interno
della famiglia e ciascun membro è portato ad anteporre la propria visione
dell'altro a dispetto di ogni cambiamento e di ogni movimento individuativo dei
singoli. Pontalti e Menarini descrivono invece, con un modello più ampio della
dinamica familiare, un continuum tra saturazione e insaturazione della matrice
familiare, deputata alla decodificazione della realtà interna ed esterna: la
matrice satura è rigida ed impermeabile, la matrice insatura è flessibile e
osmotica e consente alle generazioni successive di apprendere dall'esperienza.
All'interno di questo continuum si collocano numerose situazioni intermedie, più
o meno problematiche. |
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La
parola–corpo delle adolescenti
Storie
ascoltate in un gruppo di psicodramma
Dr.ssa
Mariarosaria Danza
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Potremmo
completare il titolo dicendo che il corpo diviene parola per le
adolescenti, madri, bambine quando il silenzio, oltre ad essere
rappresentante di un ritorno o una permanenza ad una tappa pre-edipica,
diventa anche il luogo-tempo della RAPPRESENTAZIONE DEL TRAUMA, in un
corpo senza parole.
Il lavoro di
psicoterapia si avvale dello psicodramma analitico ed è rivolto a
giovanissime madri tra i 16 e i 20 anni, ospiti di una Casa Famiglia, il
cui progetto di sostegno primario alla madre e al bambino, si amplia
fino all’autonomizzazione della giovane attraverso la ripresa degli
studi, l’inserimento socio-lavorativo e l’uscita dalla Casa per una
propria abitazione.
L’uso
dello psicodramma analitico, è da considerarsi come strumento di
intervento specifico sull’individuo, ma all’interno del gruppo, in
cui, i processi di risonanza emotiva, i giochi di ruolo e la
considerazione dell’esporsi del corpo, durante le drammatizzazioni,
ristabiliscono e riposizionano le partecipanti all’interno del nuovo
“ scenario simbolico genitoriale”, in cui, nella realtà si trovano,
ma che, spesso, sono incapaci di sostenere.
Lo
psicodramma permette soprattutto l’elaborazione delle fantasmatiche
personali passate, che interferiscono sulla maternità presente e sulle
potenzialità di giovani donne.
Oltre alla genitorialità, altro focus dell’intervento dello psicodramma è la
costruzione dì una “ simbolica reverie”, che possa rendere
possibile un linguaggio comune, che recuperi la lingua madre delle
diverse provenienze delle partecipanti, dato etnoculturale
d’importante considerazione per la ricostruzione di un possibile
lessico immaginario e simbolico, che reintegri la frammentazione
dell’identità delle giovani.Secondo il
registro Lacaniano i processi di identificazione, che sono arricchiti
dalla presenza di due conduttori, hanno come obiettivo
l’identificazione narcisistica nella persona dello stesso sesso (ad
esempio la madre per la figlia), l’identificazione morale nel grande
Altro (il padre per la figlia) e l’identificazione progressiva, che
introduce alla simbolizzazione.
Infatti,
attraverso il rovesciamento dei ruoli, proprio dello psicodramma, il
soggetto è contemporaneamente se stesso (io),
l’altro (padre o madre) e l’autore attivo del dramma.Per queste
adolescenti spesso provenienti da paesi lontani, in rottura con le
proprie origini e abbandonate dalla famiglia, o peggio ancora vendute
dal clan familiare, è di fondamentale importanza ristabilire il nesso
di comprensione delle proprie vicende di adolescente e di immigrato
straniero, per poter fare accedere i propri piccoli alla vita e alla
vita sociale.
Georges Devereux (è il maestro) che studia e interpreta le
relazioni segrete tra psiche e cultura.
Formula
applicabile a questo gruppo multiculturale e a volte multietnico, in cui
anche il fattore dell’emigrazione diviene un dato traumatico, in
quanto sottrae all’adolescente il sostegno del proprio mondo
culturale, risucchiandolo nelle derive del disadattamento.
Questo
disordine emotivo ( che ogni cultura psichiatrica codifica e manipola in
una forma di adattamento) è dovuto sia a questa condizione di
straniero, che di soggetto in crescita, adolescente, anch’esso,
straniero a se stesso.
Proprio in
questo periodo, costruisce la propria identità cominciando col
dare significato agli eventi, che anche prima erano stati vissuti
senza costruire una vera esperienza, ora le esperienze, divenute
pensabili e osservabili, possono essere sentite come eventi
“personali”. Cosa accade quando il trauma, la fuga dal paese degli antenati o
l’abuso dell’essere divenuto merce vendibile irrompe sul percorso
dell’adolescente? L’adolescente
perde il gruppo famiglia, ma anche il gruppo dei pari con cui fare
pelle, emigrando perde quell’involucro su cui iscrivere la propria
“traccia”; segno del posto in cui si è scaraventati, diviene la
gravidanza e la “maternità” prematura.
Tobia Nathan
scrive che emigrare significa perdere l’involucro identitario costituito
da luoghi, odori, colori, suoni, contatti originari.
L’insieme
di questi elementi rappresenta la superficie sensoriale ed esperenziale
che permette la costruzione della struttura e del funzionamento
psichico. Questo ambiente garantisce l’identità psichica e culturale
all’individuo.
A tutto ciò
è da aggiungere la difficoltà delle ragazze di svolgere il mandato
materno insieme con il tentativo d’inserimento socio-lavoratNel gruppo
dello psicodramma, le compagne della casa non sono solo soggetti
storici, sono soprattutto quegli attori che si prestano a ricostruire
l’involucro identitario con i segni , i colori e addirittura i
linguaggi della propria storia.Il gruppo
divenne involucro interattivo che porta i contenuti mentali funzionando
come superficie d’iscrizione. Una
partecipante angosciata e nostalgica della propria terra, nella
rappresentazione del gioco psicodrammatico può scegliere tra le altre
ragazze chi meglio può “fare”, col corpo, la sua figlioletta, la
sceglie per i segni del corpo, ma anche per la tracce dell’animo che
parlano di abbandono e assenza.Nell’ora
della buona notte, il testo della rappresentazione diviene il canto in
lingua spagnola di una
ninna nanna alla piccola, memoria della musica
della madre e ancor prima della nonna. Nella
scena “qui ed ora” una madre racconta a se stessa del proprio
sentimento di perdita e angoscia di abbandono, ma nel tempo ritrovato da
quella melodia, un religioso filo di continuità si ricostruisce con la
parola riconoscendo il proprio posto e la propria assenza alla
funzione materna. Nello spazio
transizionale dello psicodramma, ritrovata la lingua madre e con lo
scambio di ruolo al posto della bimba, compresa la ripetizione
abbandonica, si recupera, dal tempo cronologico
del cronos, il tempo del kairòs,
che è il tempo universale, in cui ogni individuo può ritrovarsi. La
drammatizzazione all’interno del gruppo ha creato la “struttura di
contenimento e banda di iscrizione”, quel dispositivo che ha reso
possibile l’ingranamento reciproco tra cultura e psiche: segno
e pensiero. Per queste
adolescenti non più bambine, ma per un percorso assolutamente
differente dai coetanei adolescenti, la parola si incarna nel corpo
della gravidanza. E per ognuna
il corpo diviene una conquista da compiere attraverso i diversi segni
del corpo-parola nella storia individuale.
Questa
gravidanza è traccia-segno che parla del tentativo di individuazione e
di riconoscimento, è acting, atto-tentativo di svincolo dal gruppo
familiare apparentemente, in realtà si agisce l’identificazione della
madre, con la maternità, confermando, di essere nel transito della
separazione, ancora nel “posto” della figlia.
Si tratta
quindi di conquistare il proprio corpo come separato dall’”oggetto
primario,” attraverso quello che la psicanalisi chiama elaborazione
del “lutto originario”.
Se il
normale decorso dell’adolescenza viene segnato dal trauma: l’abuso
sessuale, la morte violenta di un padre, la vendita del corpo, allora la
vita può diventare un corpo a corpo parlante o agire uno
“scollamento, una divaricazione tra psiche e soma” .
Lo
psicodramma agisce come tessuto di risonanza in cui tradurre e leggere
il segno-sintomo del corpo e del corpo sociale interrotto. Prima
dell’incontro settimanale , il gruppo delle giovani madri
ripete il rituale del fumo davanti al portone, proprio sulla
soglia, soglia tra il dentro e il fuori, tra il prima e il dopo di
quell’evento, che hanno deciso si potesse compiere : la nascita del
bambino che le ha portate in quel luogo.
Le storie
ascoltate parlano del fumo agito, per la prima volta tra i 10 e gli 11
anni, fuori casa, quando i pari erano l’unico specchio possibile, dopo
la morte violenta del padre; “fumo”, immagine del vuoto, del dolore
non parlato, del silenzio materno, dell’eco della depressione.
E
ancora la compulsione orale, nelle storie del gruppo si trasforma,
diventa sintomo alimentare di voracità cannibalica, dell’ingurgitare
tutto, tanto e dolce. Dice
di una bambina e della relazione con una madre onnipotente. Nella
drammatizzazione la giovane davanti alla dispensa non può fermarsi dal
mangiare a tutte le ore, cosa cerca? Si
apre l’immaginario carnificarsi dell’originario legame d’amore con
la madre “dalle fantasie attraversate da spinte cannibaliche,
vampiresche, da brame inappagate e inappagabili. E’il ritorno nel
tempo pre-edipico, in assenza della parola e del paterno, toccate dal
desiderio di possedere la madre, di entrare nel suo ventre, di mangiarla
realizzando pulsioni distruttive e nel contempo lipidico-orali, di
rubare attraverso l’incorporazione, tutti i poteri magici di cui il
corpo materno è dotato” (Buzzati-Salvo). Il “continente nero”(Montrealay
. L’ombra e il nome. Studi sulla femminilità) del corpo agito dal passato può schiarirsi, nel gioco
psicodrammatico ritrovare la funzione d’identificazione, nello
specchio femminile della conduttrice che osserva, la parola legge
Paterna, dall’animatore che è regista della scena nel presente e il
Terzo, della struttura simbolica, nell’istituzione casa – famiglia,
che contiene come una pancia gravida e apre all’elaborazione del
soggetto.
Prende
forma quel fumo anche come processo di lutto da compiere, per
quell’adolescente che, perso il padre giovanissima, mette al mondo un
bambino.
Traccia
nel corpo è l’agito di una sessualità che cerca il confine del
proprio corpo, il sentirsi, per fronteggiare la depersonalizzazione :
“cognizione assai rischiosa di non consistere, di essere esposti al
pericolo terrifico di non poter delimitarsi e definire, esperienza di
effrazione di urto che inclina e sconvolge il legame psiche- corpo.
A
quell’età invece per la ragazza “ il legame di coppia esprimerebbe
la necessità di pubblica presentazione come prova empirica rivolta al
Se, al gruppo, alla famiglia, di essere riuscita a passare da una
condizione di paventata invisibilità o di trasparenza affettiva,
sessuale e sociale, ad una situazione di consistente visibilità come
soggetto sessuato e sociale. Le ragazze tenderebbero a costruire un
senso di consistenza a partire dalla consistenza e dalla continuità del
legame e dall’induzione di una certa dipendenza dal ragazzo”.
In
queste storie, invece, l’altro ancora non c’è mentre l’incidente
del concepimento, INCIDE come il segno, raddoppia la separazione per il
lutto e quella dalla madre, prima ancora di una totale identificazione
con lei.
La
gravidanza in adolescenza esprime soprattutto un desiderio di gravidanza
e non di maternità. Apre a complesse dinamiche, in quanto, ai
cambiamenti corporei, tipici dell’adolescenza, si sommano quelli
dovuti alla gravidanza, intrecciando rappresentazioni interne e immagini
di sé tanto da rendere difficile la costruzione di un’identità
materna. Si esplora la necessità di provare a se stessa e alla madre il
funzionamento del proprio corpo adulto.
I
sentimenti sono di confusione di identità, di smarrimento, di
regressione, l’acting out consiste nella gravidanza come segno di
rinuncia alla dipendenza dalla madre e tentativo di identificazione con
lei attraverso la gravidanza.
Si
interferisce proprio con quel processo di separazione – individuazione
che si crede di compiere. La maternità diventa un ricreare quell’unità
simbolica vissuta con la propria madre per compensare un vuoto
d’identità o come ribellione alle regole genitoriali o riparazione al
modello materno o soprattutto come ricerca della tenerezza mancata nella
relazione precoce con la madre.
Il
tutto può moltiplicarsi se sommato al trauma dell’abbandono familiare
o dell’emigrazione, in aggiunta all’essere venduti, deificati come
merce di scambio dal clan familiare.
Il
sociale è interrotto, frammentato, si abbandona la scuola, si perde
ogni gruppalità normativa. Ma qualcosa che è sacralità si compie nel
far nascere, anche quando tutto è segno di frammentazione anomica.
E
ancora le orecchie del gruppo psicodramma, nell’istituzione Casa –
Famiglia, possono ascoltare il progetto della madre ventiquattrenne in
uscita dalla casa con una bimba di sei anni.
E’
un progetto di battesimo per la figlia, è un’entrata nell’ecclaesia
dei cristiani, atto parallelo alla sua entrata sociale, il suo ritorno
alla gruppalità nel nome di un’identità materna costruita attraverso
i processi indotti dalla necessaria funzione materna, di cui il gruppo
che cura oggi è testimone, nello specchio che crea relazione.
La
sacralità è della vita ritrovata nel figlio e nella possibilità di
uscire autonomamente dalla Casa – Famiglia ritrovato il filo
interrotto con l’adolescenza: “poter conquistare il corpo di donna e
poter essere madri.
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Chi
sono i genitori degli adolescenti per gli adolescenti
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Quale
rappresentazione mentale della coppia dei genitori si costruisce per
l’adolescente in questa fase di trasformazione corporea, di
cambiamenti relazionali e di separazioni?
L’adolescente
tende a costruire una rappresentazione mentale dei genitori composita.
Approfondendo, tale rappresentazione risulta essere l’immagine
“combinata” con contorni molto indefiniti, sia rispetto ai ruoli,
che alle funzioni, attribuendo loro una coesione, un’intenzionalità e
una progettualità univoca e non differenziata, naturalmente mai
corrispondente alla realtà della coppia genitoriale.
L’adolescente
parla dei genitori come se fossero “uno” con inderogabili valori
educativi e intenzioni affettive.
E’ come se
dovesse confrontarsi con una coalizione inflessibile e fonte di
minaccia. Il ragazzo quando crede di “aver deluso i genitori” o di
“aver suscitato la loro rabbia” in realtà parla del proprio mondo
interno e propone un campo rappresentazionale del tutto occupato dalla
coppia genitoriale.
In altre
fasi della crescita la rappresentazione della coppia genitoriale è più
differenziata sia nei ruoli, che negli affetti.
La specifica
forma di un’immagine combinata, corrisponde alla necessità nella fase
adolescenziale di operare una separazione dall’appartenenza al campo
familiare.
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ADOLESCENZA
E GRUPPALITA’
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La
maggioranza degli adolescenti trova il modo di associarsi in un gruppo.
Ci sono molti modi di fare gruppo, e i diversi modi dipendono dal fatto
di aver costruito o meno un’identità sufficientemente separata dagli
altri.Alcuni
ragazzi non hanno un’organizzazione del se abbastanza definita, di
contro presentano un’adesione al gruppo tutta giocata sul contatto
sensoriale: il gioco a specchi su un’imitazione reciproca, concludendo
con l’avere la necessità di uno stesso modo di vestire, uno stesso
modo di parlare, e via dicendo.
In
questo caso il gruppo diventa un espediente per attivare l’illusione
di essere qualcuno attraverso l’altro, eludendo quelle esperienze di
relazione che favoriscono invece un’identità personale.
I
ragazzi più problematici fanno di questa imitazione una struttura
difensiva, realizzando il fine latente di evitare le nuove relazioni,
che la vita associata, gioco forza, costruisce e che sono propedeutiche
a rapporti più maturi ed evoluti.
La
sperimentazione della vita di gruppo finisce con l’essere uno spazio
“transizionale” in cui, grazie alla naturale strutturazione di ruoli
e funzioni nella dinamica delle relazioni, si permette la messa in atto
di un proprio gioco di ruolo sociale, e nelle situazioni più protette
di vita gruppale (scuola, campi estivi, gruppi di lavoro),
l’introiezione simbolica del proprio essere sociale nel mondo.
Inoltre,
nei gruppi più evoluti, quali gruppi di lavoro o di studio, le quote di
fusione che tengono insieme i componenti del gruppo, sono utilizzate per
agevolare la separazione dalla famiglia. “Permettendo un contatto - altro - da
quello del mondo fusionale più arcaico, è insomma un ponte verso la
individuazione di sé”.(Bertolini) |
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