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SUI
SETTING MULTIPLI IN PSICOTERAPIA |
Luigi
D'Elia
La pratica clinica sollecita la sperimentazione di nuovi setting e strategie terapeutiche, tale sperimentazione inaugura nuovi osservatori che a loro volta inaugurano nuove concettualizzazioni che diventano strumenti indispensabili nella pratica clinica. Il cerchio si chiude e si rinnova.
Un nuovo campo osservativo-operativo in sostanza richiede al ricercatore le seguenti cose: 1) una nuova idea su cosa osservare, (dove guardare); 2) una nuova idea sul modo di osservare (come guardare); 3) una nuova tecnologia osservativa (con cosa osservare, quali strumenti osservativi utilizzo); 4) una nuova idea del contesto
osservativo; il tutto all’interno di una circolarità per la quale l’osservatore-operatore non può chiamarsi fuori da ciò che osserva (chi osserva chi?), e l’“oggetto” osservato sfugge sempre ad una determinazione compiuta e definitoria
(D’Elia, 1998 a).
Nella storia della psicoterapia si assiste talora a discontinuità teorico-tecniche che a loro volta producono dei veri e propri salti epistemologici che arricchiscono e rendono interessante un campo della conoscenza umana che a volte rischia l’appiattimento su posizioni fideistiche o
tecnicistiche. Si tratta proprio di un avventurarsi in territori sconosciuti e fino a quel momento inesplorati che, di colpo, dilatano, moltiplicano e complessificano la coscienza-conoscenza fin lì raggiunta, e improvvisamente introducono delle variabili che giustificano strategie innovative e migliorative. Tale andamento non lineare della ricerca costituisce una sorta di modello epistemico molto vicino all’esperienza soggettiva di ciascuno di noi, costretti, come siamo, dalla vita, a modificare di continuo i nostri paradigmi e le nostre certezze, sospinti da fatti ed eventi che di colpo ci riconfigurano l’esperienza secondo differenti parametri.
Penso ad esempio all’introduzione (e conseguenti “rivoluzioni”) di campi osservativi e operativi come il gruppo terapeutico, la famiglia, le istituzioni terapeutiche, che nel corso della storia della psicoterapia hanno imposto dei cambiamenti radicali di epistemologie, teorie, tecniche, modelli. L’andamento della ricerca in psicoterapia oltre a seguire un percorso non lineare sembrerebbe seguire una sorta di “logica di opportunità” centrata sul paziente, per la quale si tende ad includere, nei setting tradizionali, sempre più elementi della vita reale del paziente: la sua famiglia, le sue appartenenze a gruppi e a istituzioni, come elementi fondativi della sua mente e come aspetti da prendere in considerazione nell’intervento terapeutico: la mente dunque come luogo delle multiappartenenze strutturanti le esperienze e le modalità cognitive e comportamentali.
Se pensiamo, ad esempio, alla terapia di gruppo, le pratiche e le intuizioni di Bion e Foulkes introducono, nell’alveo della psicoanalisi, una rivoluzione copernicana per la quale i principi fondatori della
metapsicologia, della teoria-della-tecnica, della teoria della mente e della teoria dello sviluppo debbono necessariamente revisionarsi alla luce del nuovo scenario. Il gruppo come campo
multipersonale, come situazione strutturale e processuale in cui emerge una specifica matrice dinamica; il gruppo come luogo sociale e personale allo stesso tempo per la quale sono valide teorie della mente del tutto differenti da quelle valide in un setting duale[1]. Lo stesso dicasi per altri setting come quelli familiari e istituzionali in tutte le loro varianti.
Ci troviamo di fronte dunque a fenomenologie del tutto differenti per le quali occorre inventare “nomi nuovi” a ciò che di nuovo s’impone nell’osservazione.
Passa in genere molto tempo prima che, esauriti i vani tentativi di assimilare, in una sorta di inerzia evocativa, il nuovo al vecchio, si decida di chiamare questa “cosa nuova” con un nome diverso.
Chi come me lavora da anni con famiglie, gruppi e istituzioni terapeutiche (D’Elia, 1998b), attiva una sorta di pensiero permanente sul ruolo del contesto in psicoterapia. Ci si rende conto, prima o poi, che la mente umana, frutto di decine di migliaia di anni di evoluzione, “funziona” diversamente a seconda dello spazio antropologico in cui è inserita: sostanzialmente una faccenda di domini contestuali diversi che vanno a sollecitare diverse funzioni della mente. Penso ad esempio alle concettualizzazioni di De Maré et al. (1996) sul rapporto, nelle gruppalità terapeutiche, tra numerosità del gruppo (piccolo, mediano o largo) e differente fenomenologia psichica correlata.
L’introduzione, ad esempio, di un setting multiplo in una terapia di un paziente borderline o psicotico come magistralmente illustrano gli autori degli articoli di questo numero, uno scenario antropologico nel quale il pensiero terapeutico si
spazializza, ma allo stesso tempo, paradossalmente, si integra più facilmente (con benefiche ricadute terapeutiche), a patto però che vi sia tra i terapeuti una sorta di contiguità culturale ed una complementarietà strategica. Per comprendere il “mistero” di questo apparente paradosso e dell’enorme vantaggio costituito dai setting multipli (minori drop-out, maggiori risultati terapeutici) occorre, a mio modesto parere, non solo interrogare le teorie di sviluppo e psicopatologiche riguardanti il paziente (motivazionali, di attaccamento, relazionali, etc..), ma anche interrogare il senso ed il ruolo del contesto terapeutico che si allestisce di volta in volta, ma questo riguarda sia il paziente, sia i suoi curanti.
Non penso solo alle strutture dei setting (tipologie, regole, numero di terapeuti coinvolti, etc..), ma anche e soprattutto ai processi che quei setting attivano nella mente del paziente. Tali processi sono sempre in funzione di numerose variabili, specifiche e
aspecifiche, in cui una parte importante giocano senz’altro le identità culturali e formative dei curanti e delle istituzioni che essi rappresentano, e come tali culture riescono ad incontrare le culture e i bisogni dei pazienti. Chi, come Tobie Nathan (1986), conosce bene queste variabili, le utilizza con successo nella pratica clinica con quei pazienti che provengono da contesti culturali molto diversi dal nostro, con setting molto variabili e flessibili.
I setting multipli agirebbero dunque in quanto contesti culturali facilitatori poiché attivano nel paziente una gruppalità interna a matrice dinamica e terapeutica: il gruppo degli operatori (terapeuti, assistenti, familiari, altri pazienti di un gruppo, etc.) costituirebbe dunque quell’organizzatore rappresentazionale capace di agire sulle strutture profonde della personalità, sui “collanti” con i quali il paziente ha fino ad allora costruito il proprio modo di essere nel mondo, con sé e con gli altri.
BIBLIOGRAFIA
D’ELIA L. (1998 a)
I fattori terapeutici aspecifici nelle strutture residenziali: l’inusuale osservatorio del quotidiano
Annali di Neurologia e psichiatria, anno XCII fasc.2 1998, Perugia
D’ELIA L. (1998 b)
La comunità psicoterapeutica residenziale e il suo campo mentale
Interazioni 2-1998, F. Angeli, Milano
DE MARE' P., PIPER R., THOMSON S. (1996)
koinonia
E.U.R. Roma
FORNARI F. (1981)
Il codice vivente.
Boringhieri, Torino
FORNARI F. ET AL. (1985)
Psicoanalisi in ospedale. Nascita e affetti nell’istituzione
Cortina, Milano.
MENARINI R., AMARO C., PAPA M. (1995)
La terapia gruppoanalitica: campo mentale del transpersonale e della polis
In Di Maria F., Lo Verso G., a cura di: “La psicodinamica dei gruppi. Teorie e Tecniche”
Cortina, Milano.
NAPOLITANI D., MAGGIOLINI A. (1989)
Gruppalità interna (o gruppo interno)
Rivista italiana di gruppoanalisi, 1-2
NATHAN T. (1986)
La folie des autres
Dunod, Paris
NUCARA G., MENARINI R., PONTALTI C. (1995)
La famiglia e il gruppo: clinica gruppoanalitica e psicopatologia
In Di Maria F. Lo Verso G., a cura di: op. cit.
[1] La teoria dei “codici affettivi familiari” di F. Fornari (1981, 1985) nonché il concetto di “gruppalità interna” (D. Napolitani 1989), giusto per citare due utili concettualizzazioni, introducono elementi di fondazione della mente per i quali il “noi” precede evolutivamente il “me”.
COMMENTA
L'ARTICOLO
IL
TEMPO COME CATEGORIA DELLA
PSICOTERAPIA
E DELLA
PSICOANALISI
Nicola
Basile
11
LUGLIO 2002
Il libro, il
n.10 dei dei Quaderni di psicoterapia infantile - Borla ed. - 1984 da
cui estraggo arbitrariamente alcuni concetti è il risultato di un
seminario tenutosi a Perugia nel 1984
e a cui parteciparono R. Panikkar, filosofo indiano residente in
California, F. Corrao, Gilda De Simone Gaburri, Andreina Cerletti,
Franco Scotti, Carla de Toffoli, Eugenio Gaburri, Giuseppe Maffei,
Rosario P. Merendino, Anna Maria Muratori, Claudio Neri, Maria Novella
Ponti, Carlo Traversa per la psicoanalisi e la psichiatria.
La complessità
dei pensieri che intorno a quel tavolo hanno cercato incontri e
conflitti al fine di tentare una nuova definizione della categoria tempo
in psicoanalisi, rende difficile l'opera riassuntiva che mi accingo a
compiere.
Nelle pagine a
seguire cercherò di cogliere proprio l'aspetto conflittuale che il
concetto del tempo in psicoanalisi determina.
A tal fine non
è marginale tenere presente che il punto di vista filosofico proposto
da Panikkar determina un salutare spostamento del problema che non viene
più relegato alla questione del setting, che pure verrà discusso, ma a
come il tempo entri nella relazione umana tra analista e analizzando,
tra paziente e terapeuta, tre uomo e natura.
La questione
infatti si porrà anche in questi termini, riaprendo un'ulteriore
dibattito sulla psicoterapia e la psicoanalisi.
Nella
introduzione di Franco Scotti
troviamo alcune chiavi di lettura del testo che mi sembra utile proporre
in questa riunione estiva, rimandando a settembre un ulteriore
ampliamento.
UN
PROCESSO NATURALE DESCRIVIBILE MEDIANTE REGOLE: IL PROCESSO
PSICOTERAPICO
"Prenderò
(…) in esame il processo psicoterapico come un processo naturale
descrivibile mediante regole che sono state codificate, ma che
possiede regolarità più essenziali, le quali non dipendono dalla
(buona) volontà dei membri della relazione ma da fattori che in gran
parte non sono determinati dalle loro intenzioni e discendono dalla
reciproca presenza, dalla interazione, dallo scambio. In concreto il
processo terapeutico va studiato per quello che è e non per quello che
vorrebbe essere." P.6
Per
processo naturale dobbiamo intendere non qualcosa che proviene
dall'ambito naturalistico, ma qualcosa che è possibile osservare per
come esso si svolge. A questo fine viene chiesto il contributo di più
voci intorno il Tempo e la Psicoanalisi. Si definisce campo
dell'osservazione non una psicoanalisi al posto di un'altra, non la
psicoanalisi al posto della psicoterapia, ma l'evento psicoanalisi come
scienza che definisce colui che si rivolge allo psicoanalista anche con
il termine di "paziente". Pertanto non si esclude la
psicoterapia come un accadimento interno alla stessa psicoanalisi.
IL
TERMINE NATURA STA AD INDICARE UNA STRATIFICAZIONE DI SIGNIFICATI TRA
CUI TROVIAMO LA CATEGORIA TEMPO
Natura
ha una stratificazione di significati e sta ad indicare:
-
ciò che è estraneo al mondo della vita, l'inorganico;
-
il biologicamente determinato, l'animalità che agisce meccanicamente;
-
tutto ciò che nell'uomo è estraneo alla volontà e non può
essere determinato coscientemente;
-
ogni processò che ha una regolarità, le cui fasi si succedono
secondo una legge interna e i cui stadi di sviluppo non possono essere
invertiti pena la distruzione del processo, e tanto meno stabiliti per
convenzione;
-
ciò che è essenziale per la comprensione di un essere, di un
organismo, di una situazione (la sua natura).
(F.
Scotti (1975), La famiglia tra natura e cultura; Esperienze
di rieducazione, 22 - 3°, pagg.
141-145).
La
categoria tempo si colloca pertanto tra quei processi osservabili anche
nella metodologia della psicoanalitica e nelle metodologie
psicoterapeutiche che alla psicoanalisi fanno riferimento.
"Le diverse teorie di
riferimento separano e distinguono le diverse psicoterapie.
Un metodo di studio che non tenga
conto delle teorie di riferimento (ma solo della teoria che rende
possibile tale studio), permette di confrontare le varie psicoterapie,
cogliendo le diversità reali, piuttosto che ipotizzate, le
convergenze, o addirittura le identità, al di là delle dichiarazioni
di principio.
La
categoria del tempo è una di quelle di solito applicate ai processi
naturali.(…)
La
prima caratteristica del tempo della psicoterapia è la discontinuità.
L'interazione terapeutica si colloca nella giornata e nella settimana in
modo da dar luogo a intervalli ben delimitati. La psicoterapia si
distingue in ciò da altre forme di cura in cui la continuità e la
occupazione della totalità del tempo sono fondamentali, il che è
tipico della pratica medica e infermieristica, ospedaliera e non. Più
in generale, il passaggio dall'assistenza alla psicoterapia viene
caratterizzato da una restrizione del tempo giornaliero dedicato al
singolo paziente. Per eccellenza la psicoterapia è fondata sulla
discontinuità della presenza e della parola. Non è solo nel tempo
misurabile che riscontriamo questa qualità della discontinuità, ma
anche nel tempo vissuto. Si apre una prospettiva psicoterapeutica quando
sufficienti settori della vita del paziente possono essere liberati
dall'interesse del terapeuta e quest'ultimo è in grado di occuparsi
solo della interazione attuale".
Quando
al sintomo si sostituisce il discorso e paziente e terapeuta (anche
psicoanalista?) possono incontrarsi e accedere alle risorse che il
discorso della relazione tra l'uno e l'altro mettono a disposizione,
ecco che secondo Scotti si apre la prospettiva psicoterapeutica. I
soggetti dialoganti, dialogo dove l'ascolto dell'uno permette la parola
dell'altro, liberati dall'incombenza di ciò che nega ogni definizione
se non il ripetersi incessante della stessa medesima richiesta, hanno
libertà di prestare la propria presenza all'altro da essi. In qualche
modo il sintomo si offre come unico interlocutore e chiude ogni discorso
invece di aprirlo. La parola determina un "discontinuo"
nell'attenzione del terapeuta che può finalmente porgere attenzione al
presente. Il tempo come discontinuo è condensato nel termine "kairos",
che nelle intenzione di R. Pannikar vuole "sottolineare
l'aspetto non lineare del tempo e specialmente quello non omogeneo,
soprattutto contro il chronos, nonostante il fatto che kairos e chronos
siano spesso usati indiscriminatamente in greco" p. 18. Qui
Scotti anticipa il dibattito intorno al Tempo per il quale è stato
chiamato Panikkar.
4
TIPI DI COSCIENZA CHE HANNO CARATTERIZZATO L'UOMO RISPETTO ALLA
CATEGORIA TEMPO
Il
sintomo, se non ho male inteso il pensiero del filosofo indiano, si
collocherebbe in quell'arbitraria illusione che il presente non è
vivibile perché in un più o meno recente passato è accaduto qualcosa.
Il presente si mostra con l'essere, mentre il sintomo sposta il
discorrere come il vivere, a un passato che era prima e a un dopo che
sarà senza di esso, impedendo l'accesso proprio al discorso
dell'attuale che è possibile instaurare quando è possibile la
psicoterapia. Sembra cioè negato l'essere, l'ex-sistenza, come la
definisce Panikkar che si colloca in un tempo diverso da quello storico.
Panikkar
individua 3 tipi di coscienza che hanno caratterizzato l'uomo rispetto
alla categoria tempo, tipi storicamente rilevabili e che oggi convivono:
-
coscienza non-storica.
-
coscienza storica
-
coscienza trans-storica.
Tra
la coscienza storica e quella trans-storica individua un passaggio che
è contraddistinto dalla crisi della coscienza storica.
Introducendo
la crisi come categoria di coscienza vedremo che F. Scotti individuerà
quattro momenti della psicoterapia.
LA
"COSCIENZA NON-STORICA" - LA PIÙ ARCAICA - QUELLA DELL'UOMO
PREISTORICO, CONCLUSASI CON LA SCRITTURA CHE NEGA LA MEMORIA
L'uomo
preistorico conservava nella sua memoria il passato, l'avvento della
parola scritta consegna ad essa la memoria e contemporaneamente la nega
all'uomo stesso.
"La
rottura decisiva avviene con l'invenzione e la diffusione della
scrittura. Quella vecchia leggenda egiziana, riferita da Platone, del re
che rimproverava il suo simile divino per aver inventato la scrittura,
indica tale mutamento43. Con l'invenzione della scrittura,
gli eventi passati acquistano una loro propria consistenza senza un
bisogno di coinvolgimento personal, essi possono divenire memoria
esterna senza essere memoria interna..
Vale
la pena di riportare l'intero passaggio da Platone, Fedro, 274-275:
SOCRATE:
Ma ci rimane la questione dell'opportunità e inopportunità dello
scrivere, cioè da dire le condizioni che lo rendono opportuno e
inopportuno. No? FEDRO: Sì.
SOCRATE:
Ora sai tu come si possa meglio piacere al dio, in materia di discorsi,
in pratica e in teoria?
FEDRO:
No. E tu?
SOCRATE:
Sì, posso dirti un racconto degli antichi. Essi conoscono la verità;
se potessimo scoprirla da noi, forse che ci preoccuperemmo ancora delle
opinioni degli uomini?
FEDRO:
Che domanda ridicola! Ma raccontami questa storia.
SOCRATE:
Ho sentito narrare che a Naucrati d'Egitto dimorava uno dei
vecchi dèi del paese , il dio a cui è sacro l'uccello chiamato ibis e
di nome detto Theuth. Egli tu l'inventore dei numeri, del calcolo, della
geometria e dell'astronomia, per non parlare del gioco del tavoliere e
dei dadi e finalmente delle lettere dell'alfabeto.
Re
dell'intero paese era a quel tempo Thamus, che abitava nella grande città
dell'Alto Egitto che i Greci chiamano Tebe egiziana e il cui dio è
Ammone. Theuth venne presso li re, gli rivelò le sue arti dicendo che
esse dovevano esser diffuse presso tutti gli Egiziani. Il re di
ciascuna gli chiedeva quale utilità comportasse, e poiché Theuth
spiegava, egli disapprovava ciò che gli sembrava negativo, lodava ciò
che gli pareva dicesse bene. Su ciascuna arte, dice la Storia, Thamus
aveva molti argomenti da dire a Theuth sia contro che a favore, ma
sarebbe troppo lungo esporli. Quando giunsero all'alfabeto: «Questa
scienza, o re - disse Theuth - renderà gli Egiziani più sapienti e
arricchirà la loro memoria perché questa scoperta è una medicina
per la sapienza e la memoria>>
E il re rispose: «o ingegnosissimo Theuth, una cosa è la potenza creatrice
di arti nuove, altra cosa è giudicare qual grado di danno e di utilità
esse posseggano per coloro che le useranno. E così ora tu, per
benevolenza verso l'alfabeto di cui sei inventore, hai esposto il
contrario
del suo vero effetto. Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi
lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché
fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più
dall'interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei:
ciò
che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare
alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo
l'apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte
cose senza insegnamento, si crederanno d'essere dottissimi, mentre per
la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza
discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti».
Tradotto
da Piero Pucci, Platone: Opere ed. Laterza 1974, voI. I, pagg.787-789.
Panikkar
(idem p.37-8)
Si
presentano alcuni interrogativi per noi impegnati sul tema gruppi e
psicodramma: assistiamo tutti alla fatica dello scrivere e ad essa
dedichiamo ampio spazio.
Il
nostro bisogno di scrittura secondo Panikkar non sarebbe fonte di
conoscenza ma di oblio, non sussisterebbe come sorgente di memoria ma
come modo per ricordare, modo che proviene dall'esterno perché
esternalizzato e forse reificato.
Il
metodo del cartel che vorrebbe "l'uso e getta" della scrittura
che sintomaticamente non viene quasi mai realizzato, si porrebbe sul
versante della memoria e non del come ricordare.
Interessante
mi sembra interrogarsi sulla preparazione di scritti nelle supervisioni
che forse nascondono il discorso che il gioco psicodrammatico invece
sembra poter svelare.
GIOIA
VALORE DELLA COSCIENZA NON-STORICA
SPERANZA VALORE DELLA COSCIENZA STORICA
"Se
la gioia è il principale valore per una coscienza non-storica e la
gioia è reale e presente, la speranza è il valore base dell'uomo
storico e la speranza è messa alla prova nel controllare e dominare il
futuro"(…) "L'uomo preistorico è ossessionato dal passato.
Se egli lo dimentica, soltanto quelli che lo ricordano hanno la
conoscenza e il potere. La tradizione è potente perché trasmette il
passato. Il passato dimenticato diviene ciò che verrà chiamato più
tardi il passato mitico: il culto lo rende presente. Il tempo liturgico
non è storico: il passato irrompe nel presente, il presente trasforma
il futuro." P.44
L'UOMO
STORICO CERCA LA SALVEZZA DALLA DISPERAZIONE DI NON TROVARE MAI QUEL CHE
CERCA
Mentre
la coscienza non storica del tempo può trovare la pienezza dell'Uomo
nello stesso momento temporale, il tempo storico è indefinito e ha
bisogno di essere «salvato», (redento) nell'eternità o in un futuro
qualitativamente differente: l'Uomò deve essere salvato dalla
disperazione di Sisifo di non
ottenere mai qualcosa o mai raggiungere uno scopo. L'uomo storico,
diversamente dall'uomo pre-storico che vive in una armonia più o meno
grande con la natura, crede di essere in opposizione dialettica con la
natura. L'uomo civilizzato è un essere umano non naturale (culturale)
p47
"L'uomo
storico deve pensare al futuro e deve vivere per esso. L'uomo
preistorico non ha un ruolo storico da giocare o una funzione da
svolgere. La sua vita è vissuta nel presente, sebbene spesso sia
coperta dall'ombra del passato. p.51
"Se
diciamo che la scoperta della Scrittura è stata la rottura definitiva
fra la coscienza pre-storica e la storica, l'evento corrispondente che
inaugura il periodo post-storico, è la scoperta o l'invenzione del
potere interno autodistruttivo dell'atomo. La sua natura è così
potente che ha cessato di essere ciò che esso significa: aksaram,
indistruttibile. Ha cessato di essere atomo, indivisibile, ultimamente
semplice e, in un certo senso, perpetuo. La scissione dell'atomo ha
fatto esplodere anche la coscienza storica".p.55
LA
CRISI DELLA STORIA PORTA AD
UNA COSCIENZA TRANS-STORICA
"(…)affronto
un problema antropologico. Il mito del progresso si è praticamente
collassato. La situazione storica è proprio disperata. Non c'è
realmente nessuna possibilità di sviluppo per le masse affamate che
costituiscono oltre la metà della popolazione mondiale. (…) Questa è
la situazione oggi: il paradiso divino ha perduto il suo fascino sulla
maggior parte della gente. (…) E' implicito nel sistema che i ricchi
diventino più ricchi e i poveri più poveri (…) nessuna soluzione si
prospetta e noi abbiamo perduto l'innocenza " pp.58-60
LA
COSCIENZA TRANS-STORICA
La
vita umana è qualcosa di più che una crescita dal passato e una
proiezione nel futuro. Essa è sia l'ex che la sistenza che costituisce
il nostro essere. Ed è solo con l'in-sistere sull'e-sistenza che noi
siamo salvati. E questa è l'esperienza dei contemplativi. Essi vivono
il presente in tutta la sua in-tensità e in questa tensione scoprono
l'intenzionalità e l'integrità della vita, il tempi terno, il centro
ineffabile che è pieno nella autenticità di ogni momento. E' il nunc
dimittis del vecchio Simeone che capisce che la sua vita si è compiuta
nella -visione del Messia (Egli vide in Gesù cristo la pienezza dei
tempi), o l'hodie del Cristo al buon ladrone: il Paradiso è l'oggi,
nell'hic et nunc, ma non nella loro banalità quotidiana o
nell'apparenza della morte e della sofferenza. Questo è il motivo per
cui, penso, Cristo disse al buon ladrone: «Tu sarai...». Il futuro
dell'oggi non è domani; è nell'oltrepassare l'inautenticità del
giorno (day) per raggiungere l'oggi (today) in cui sta il paradiso. Il
significato della vita non è domani, ma oggi. Certo, tra i due momenti
c'è una separazione, c'è un abisso. Questo abisso è la morte. Si
deve superare la morte in un modo o nell'altro. Solo allora abbiamo il
vivere senza affanni dei mistico, la non-accumulazione di ricchezze del
vangelo, il trascendere lo spazio e il tempo degli indù, la
momentaneita' (ksanikatvu) dei buddhisti, il niente dei cinesi (…)
L'HIC
ET NUNC DELLA MENTE E DELLA RELAZIONE COME UNICO OGGETTO ACCETTABILE DEL
LAVORO PSICOTERAPEUTICO
Il
tempo della psicoterapia non può essere un tempo qualunque, né
possiamo ritenere che sia sempre possibile. La ricerca di connessioni
casuali secondo Scotti confonde mentre una definizione temporale apre la
possibilità di un discorso.
Seguendo
i 4 tipi di coscienza storica esposti da Panikkar Scotti individua
altrettante dimensioni temporali nella psicoterapia:
-
la stagione della terapia;
-
il tempo dei risultati
-
la durata di ogni segmento
di terapia
-
la dimensione non reale ma
fantasmatica.
"Il lavoro psicoterapeutico
richiederà allora che si abbandoni il modo di pensare per cause o per
colpe, assumendo l'hic et nunc della mente e della relazione come unico
oggetto accettabile. La discontinuità temporale della psicoterapia
comporta una disomogeneità del tempo del paziente così che il tempo
della presenza del terapeuta si contrapponga al tempo della sua assenza.
La
discontinuità della terapia ha dimensioni diverse. Vi è la stagione della terapia, cioè quella parte della vita del
paziente in cui essa è possibile, praticabile, efficace. Il tempo che
precede può intendersi sia come tempo della preparazione che come tempo
della resistenza; il tempo che segue può intendersi sia come tempo
dei risultati che come tempo in cui il paziente ha assunto egli
stesso la direzione del lavoro terapeutico.
La stagione giusta è frutto di
molti fattori, tra cui certamente la dinamica della sofferenza mentale e
del sintomo psichico hanno il loro peso, ma forse non il principale, e
comunque non possono essere trascurate altre componenti, legate alle
condizioni che rendono possibile l'accesso alla terapia e alle regole
culturali che ammettono - o rifiutano - il diritto al cambiamento. Nella
'stagione' giusta si colloca il ritmo temporale della terapia, che viene
a colorare la settimana, strutturando la in modo che vi sia un inizio e
una fine di essa, più di quanto non sappia fare il lavoro o il
divertimento. Il ritmo settimanale dà luogo alle esperienze di contatto
e di distacco.
La terza dimensione è la durata
di ciascun segmento di terapia. In ogni epoca storica i diversi
avvenimenti trovano la loro durata giusta: un duello, una battaglia, un
incontro amoroso, uno spettacolo, un pasto, una messa, una confessione.
Anche l'incontro terapeutico ha trovato la sua durata, attraverso una
serie di tagli posti sul giorno, in relazione alla velocità della vita,
alle ritualità accettate, alla percezione di una unità temporale di
interazione.
La
quarta dimensione non è
reale, ma fantasmatica. In
ogni istante è presente alla mente la finitezza della terapia in
atto, oppure essa si presenta come infinita o indefinita..
TRE
OCCASIONI DI RIFLESSIONE SUL TEMPO
Il
tempo è connesso alla nostra riflessione sulla psicoterapia almeno in
tre occasioni. Ci imbattiamo nel tempo
che contiene la terapia: un tempo collocabile e misurabile
mediante strumenti (calendario, orologio); un tempo
naturale perché tempo della oscillazione di oggetti di natura
(pendolo, sistema solare, atomo). Ci imbattiamo nel tempo vissuto della
terapia: tempo lungo o corto, tempo della vita, delle azioni, delle
emozioni, tempo della storia. Ci imbattiamo nel tempo
in quanto qualità dei temi della terapia: il passato, il presente, il
futuro.
MA
QUAL È L'OBIETTIVO DELLA TERAPIA?
(…)Se
esaminiamo questa domanda secondo il parametro
temporale, il numero delle risposte possibili si riduce notevolmente. La
funzione del tempo della terapia (domanda che costituisce la traduzione
secondo il parametro tempo della più generale questione quale sia
l'obiettivo della psicoterapia) è di fare in modo che vi sia, nella
vita del paziente, un tempo per ogni azione :
tempi distinti, la cui successione favorisce sia l'essere fuori della
confusione che la continuità di significato dell'esistenza. Ma se il
tempo di terapia è un tempo in comune di paziente e terapeuta, questo
precetto deve valere anche per il terapeuta, almeno fino al punto che
il suo tempo di terapia sia libero da ogni altra incombenza. Che emerga
questa dimensione "sapienziale" della terapia a seguito di una
esplorazione lungo l'asse temporale non deve meravigliare.
Si
tratta di canoni prudenziali, di ragionevole distribuzione e impiego
delle risorse, si tratta di esigenze di adattamento che non sono
estranee alle teorie psicoterapiche.
CAMBIARE
LA STRUTTURA DEL TEMPO DEL PAZIENTE?
Muovendomi
ancora una volta lungo il parametro temporale, risponderò che la
funzione della psicoterapia è di cambiare la struttura del tempo del
paziente. In che modo possiamo immaginarci che le regolarità del tempo
di terapia agiscano sulla struttura del tempo del paziente? Possiamo
pensare che il tempo di terapia venga a costituire un modello di lettura
di ogni altro tempo e che la scrittura (o il disegno) di tale modello
passi per alcune operazioni fondamentali che sono di questo tipo: la
delega al terapeuta per la delimitazione dell'intervallo di tempo
della terapia; la dipendenza
del paziente dal terapeuta nell'intervallo di tempo; la
costituzione di una base materiale - l'intervallo di tempo identico -
per la ripetizione dell'esperienza. Questa indagine sul processo
psicoterapico fa emergere sempre nuove domande sul senso antropologico
della terapia a cui è difficile dare risposte restando nel campo medico
o psicologico. Siamo costretti ad un approccio più esteso di quello
abituale con la conseguente necessità di mettere a punto metodologie
di confronto interdisciplinare e transculturale.
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