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Processi di trasformazione del legame sociale in psicoanalisi e nell'osservazione
 


 

Nicola Basile

Il tema della trasformazione lo troviamo definito dal vocabolario di Laplanche Pontalis come “processo con cui la meta della pulsione si trasforma” [1]. Il destino della pulsione è rivolto ora alla meta ora al soggetto. La pulsione che si volge verso il soggetto stesso, non essendo indirizzata verso la meta, provoca in estrema sintesi quel passaggio dall’attività alla passività e il suo opposto quando la pulsione si indirizza verso la meta. “Come abbiamo veduto a tutta prima l’oggetto viene recato all’Io dal mondo esterno grazie alle pulsioni di autoconservazione; né si può escludere che anche il senso originario dell’odio stia a indicare la relazione che l’Io ha verso il mondo esterno, straniero e apportatore di stimoli.  L’indifferenza rientra nell’odio, nella ripulsa, come loro caso particolare, dopo esser comparsa quale loro precorritrice. L’esterno, l’oggetto, l’odiato, sarebbero a tutta prima identici. Qualora l’oggetto si riveli in seguito oggetto di piacere, esso viene amato, ma anche incorporato nell’Io, così che per l’Io - piacere allo stato puro l’oggetto torna a coincidere con l’estraneo o l’odiato”[2]

Nell’osservazione si sviluppano alcuni processi che possiamo descrivere partendo da tale concetto che si amplia e definisce in quello della rimozione.

Costretto a abbandonare il desiderio di poter conoscere quanto la realtà gli offre ( perché il sole non si può osservare se non si utilizza uno schermo, come imparò a sue spese Galileo), la realtà che si pone di fronte allo sguardo dell’osservatore è immagine che si connota e denota a partire dal gioco  dal suo desiderio di potersi mostrare, se non altro perché egli è costretto a essere visibile agli altri. Attraverso il suo essere in mostra è egli stesso oggetto di processi di domanda da parte degli altri, divenendo egli oggetto sconosciuto anche a se stesso in quanto il suo compito è ascoltare l’altro di cui lui non sa, altro che è egli stesso sottoposto allo sguardo del bambino, dell’adolescente in istituzione, della persona in transito nelle comunità psicoterapeutiche o educative. In questo accenno del processo di osservazione troviamo che  colui che sa innanzitutto è sconosciuto a lui stesso divenendo così meta della conoscenza stessa.  

L’osservatore è oggetto stesso della conoscenza che passa attraverso l’incontro con l’estraneo. “si costituisce così ciò che si può chiamare esperienza analitica: la cui prima condizione si forma in una legge di non omissione, che promuove al livello dell’interesse, riservato a ciò che è degno di nota, tutto ciò che si comprende da sé, il quotidiano e l’ordinario; ma che è incompleta senza la seconda, o legge di non sistematizzazione, che, ponendo l’incoerenza come condizione dell’esperienza, accorda una presunzione di significazione a tutto uno scarto della vita mentale, cioè non soltanto alle rappresentazioni di cui la psicologia di scuola vede solo il non-senso: scenario del sogno, presentimenti, fantasmi della fantasticheria, deliri confusi o lucidi, ma anche quei fenomeni che, essendo del tutto negativi, non hanno in essa, per così dire, uno stato civile: lapsus del linguaggio e azioni mancate. Osserviamo che queste due leggi, o meglio regole dell’esperienza, la prima delle quali è stata isolata da Pichon, appaiono in Freud riunite in una sola da lui formulata, secondo il concetto allora regnante, come legge dell’associazione libera”[3]

Dall’esperienza osservativa non può che nascere un’immagine che deriva dal gioco vissuto dall’osservatore e dall’osservato, rappresentazione di un’estraneità alla vita che permetta il rifrangersi dell’immagine dell’uno in quella dell’altro. Non è lavoro da illusionista, anche se il gioco degli specchi fa pensare a tale figura.

“Al contrario la sua azione terapeutica va definita essenzialmente come il doppio movimento per cui l’immagine, inizialmente diffusa e spezzata, è regressivamente assimilata al reale, per essere progressivamente disassimilata dal reale,  cioè ristabilita nella realtà che le è propria”[4]

Dal segno lasciato dalla “costante interazione fra osservatore e oggetto”[5] , nasce l’imago sfocata dell’esperienza in cui i processi di identificazione dell’osservatore sono all’opera per poterla tradurre in parole - domanda di ascolto al gruppo che leggerà quel protocollo in forma di testo scritto e poi testo parlato e poi forse ancora scritto nelle due direzioni di scriverlo per sé per  costruirlo con l’altro, leggendo ciò che non era possibile scorgere benché vi fosse.Testo ascoltato e testo osservato testo scritto qui stanno come metafore dell’essere segnati dal con-testo sia esso setting analitico, sia esso setting osservativi, sia esso il setting della supervisione come della discussione dell’osservazione.

In questo processo che è segnare l’uno per l’altro (qui intesi nella direzione biunivoca dell’osservatore e dell’osservato ma anche dell’analista e dell’analizzando)  si trasforma il plurale del dire e dell’ascoltare dell’osservato scisso dall’osservatore, dello psicoterapeuta separato dal paziente, dell’analizzato che domanda all’analista, in un unico discorso che non si può più dire a chi sia appartenuto in origine. Nello stabilirsi della commozione nell’osservazione, dell’incidente di non poter non avvertire il sentire dell’altro o scivolare nell’altro che si fa buio, pericolo, nascondimento, ciò che prima apparteneva allo sguardo si fa immaginario iscrivendosi nel testo dei componenti il setting che sono nell’osservazione il gruppo di discussione e nel processo analitico la società di appartenenza.

“In questo si può scorgere un aspetto importante dell’attività della mente creativa o dell’artista che, come scrive S. Freud (1911) “[…] grazie alle sue doti particolari trasfigura le sue fantasie in una nuova specie di cose vere che vengono fatte valere dagli uomini come preziose immagini riflesse della realtà”[6]

Soggetti e oggetti del testo collocati in un setting che li porta ad essere prima inter pares e poi unus tra tanti come teorizzato dal lavoro analitico nello psicodramma analitico creano il testo drammatico dell’incontro che alimenta la ricerca della psicoanalisi e della osservazione diretta.Tale processo non può non trasformare i contendenti che lottano entrambi per la loro conservazione, siano essi l’analista e l’analizzato che l’osservatore e l’istituzione osservata, assumendo ciascuno per propria parte le dovute difese affinché nulla possa accadere. Abbiamo invece la prova che qualcosa accade perché se l’osservatore non è espulso e l’analista può condurre a termine la propria analisi con l’analizzando, non si può certo affermare che i due poi dei processi non ne escano segnati.

 

Parole chiave: processo e trasformazione; setting; psicoanalisi; osservazione.

 

 

Biblio in progress

 

Freud S.  

 

(1899)

L’interpretazione dei sogni

Bollati Boringhieri Torino

Freud S.

 

(1907)

Il poeta e la fantasia, Saggi sull’arte la letteratura e il linguaggio.

Bollati Boringhieri Torino

Freud S.  

 

(1911)

Precisazioni su due principi dell’accadere psichico.

Bollati Boringhieri Torino

Freud S.  

 

(1915)

Metapsicologia

Bollati Boringhieri Torino

Freud S.    

 

(1921)

Psicologia delle Masse e analisi dell’io.

Bollati Boringhieri Torino

Kaës R

 

(1993)

Il gruppo e il soggetto del gruppo.

Borla Roma

Kaës R.     

 

(2002)

La polifonia del sogno.

Borla Roma

Lacan J.

 

(1936)        

Al di là del principio di realtà  Scritti Vol. 1

Scritti Einaudi

Laplanche e Pontalis

(2000)

Enciclopedia della psicoanalisi

Economica Laterza

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] P.653

[2]  Freud S. 1915

[3] Lacan J. 1936

[4] Lacan J. 1936

[5] Lacan J. 1936

[6] Da Funzione Gamma Freud S. (1911)Precisazioni sui due principi dell’accadere psichico. Bollati Boringhieri ed. Torino 1989 p. 458

 


 

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