Che cos’è una dipendenza affettiva?

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di Clara Emanuela Curtotti
 

Immagine tratta dal “Libro rosso” di C. Jung

<<Il primo sospiro d’amore è l’ultimo della saggezza.>> (C. Jung)

Scrivere sulla e della “dipendenza affettiva”, quando sull’argomento è già stato praticamente scritto tutto lo scrivibile, è estremamente difficile. In questo senso, certo,  “nulla di nuovo sotto il sole”. Tuttavia sicuramente moltissimi e moltissime ancora oggi si chiedono che cosa s’intenda per “dipendenza affettiva”.

Solo per orientare il lettore, ecco una delle migliori definizioni di cosa sia la dipendenza affettiva, reperibile on line:

 <<La dipendenza affettiva e’ una condizione relazionale negativa che è caratterizzata da una assenza cronica di reciprocità nella vita affettiva e nelle sue manifestazioni all’interno della coppia, che tende a stressare e a creare nei “donatori d’amore a senso unico”, malessere psicologico o fisico piuttosto che benessere e serenità.
La persona non è in grado di prendere delle decisioni da sola, ha un comportamento sottomesso verso gli altri, ha sempre bisogno di rassicurazioni e non è in grado di funzionare bene senza qualcun altro che si prenda cura di lei (G. O. Gabbard, 1995).
Le persone dipendenti sono schive e inibite, quando sono sole si sentono indifese: vivono nel terrore di essere abbandonate e sono letteralmente sconvolte quando qualche relazione stretta finisce. Per farsi ben volere sono disposte a fare cose spiacevoli e degradanti e, pur di stare nell’orbita dell’altro, possono accettare situazioni per chiunque intollerabili (Lingiardi V., 2005).>>

Definizioni a parte, preferisco tuttavia parlarvi della dipendenza affettiva attraverso la presentazione di quattro libri, selezionati sulla base di una  scelta personale ed arbitraria, che considero estremamente fecondi per  suggerimenti e  riflessioni simboliche. Questa è la ragion per cui  troverete questo breve articolo denso di citazioni, per giunta non commentate ed elaborate da chi scrive che preferisce lasciare al lettore la libertà di associare riflessioni e considerazioni su quanto riportato. S’intende, cioè, solo fornire spunti di riflessione quasi come insight, indicare una possibile strada di approfondimento già tracciata da altri ed in definitiva congiungere idealmente chi legge alla comunità di uomini e donne che ponendosi la medesima domanda, come si fa ad uscire da un dipendenza affettiva, hanno tracciato un percorso comune.

Alcuni libri, poi, non sono semplici libri.

“Donne che amano troppo” e “Donne che corrono con i lupi” hanno rappresentato e rappresentano ancora oggi un prezioso ausilio per qualunque donna voglia affrontare con coraggio e consapevolezza un percorso  di crescita ed evoluzione interiore. Per chi non lo conoscesse, “Donne che amano troppo” è un libro scritto negli anni ‘70 dalla psicologa americana Robin Norwood, vera pioniera nell’ambito della conoscenza e della sensibilizzazione in relazione al fenomeno.

Ecco alcune significative citazioni del suo libro-cult:

<<Siamo in grado di dedicarci da sole amore e attenzioni: non è necessario aspettare, inerti, che arrivi un uomo a dispensarceli.>>

<<Non praticare la propria dipendenza richiede uno sforzo maggiore del semplice ripetere a se stesse di cambiare>>.

<<Il vero cambiamento richiede una resa che è simile, per certi versi, a una crocifissione.>>

<<La vita consiste, dopotutto, nel prendere coscienza e crescere. Rendiamo questi processi più dolorosi perché non li accettiamo di buon grado.>>

<<Amare se stesse abbastanza da vincere la dipendenza è un prerequisito essenziale per amare un’altra persona.>>

<<Il vero recupero avviene quando smettiamo di situare il problema fuori di noi e dentro qualcun altro.>>

<<Quando proviamo invidia, siamo preda dell’errata convinzione che in questo mondo non vi sia bene sufficiente per tutti.>>

<<Qualsiasi comportamento tra esseri umani che non sia onesto, aperto e affettuoso, affonda le sue radici nella paura.>>

<<Dovete considerare l’eventualità che, una volta smesso di amare troppo, la vostra relazione possa finire.>>

<<Il dolore è il più saggio dei consiglieri che bussa alla nostra porta.>>

Anche “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estès  è un’opera intramontabile. A più di dieci anni dalla sua uscita è ancora un libro magico, di quelli cioè che non scivolano invano nella vita di chi li legge. Clarissa Pinkola Estés, psicanalista junghiana, dagli anni Novanta, continua ad affascinare e influenzare intere generazioni di donne alla ricerca del proprio vero sé e della propria autodeterminazione. La Donna Selvaggia, intesa come “forza psichica potente, istintuale e creatrice, lupa ferina e al contempo materna, ma soffocata da paure, insicurezze e stereotipi” è la straordinaria intuizione che ha fondato tutta una psicanalisi al e del femminile sull’argomento. Il metodo stesso utilizzato dalla studiosa che, attraverso un lavoro di ricerca ventennale, ha attinto alle fiabe e ai miti presenti nelle più diverse tradizioni culturali, sostiene la lettrice sulla strada archetipica del viaggio alla scoperta di sé. Di seguito alcune citazioni dal testo:

<<Riparare l’istinto ferito, bandire l’ingenuità, apprendere gli aspetti più profondi della psiche e dell’anima, trattenere quel che abbiamo appreso, non volgerci altrove, proclamare a gran voce che cosa vogliamo… tutto ciò richiede una resistenza sconfinata e mistica.>>


<<I territori spirituali della Donna Selvaggia, nel corso della storia, sono stati spogliati e bruciati, i cicli naturali costretti a diventare innaturali per compiacere gli altri.>>

 

<<Tutte le creature della terra tornano a casa. Abbiamo creato rifugi naturali per ibis, pellicani, aironi, lupi, gru, cervi, topi, alci e orsi, e stranamente non per noi stessi nei luoghi in cui viviamo giorno dopo giorno.>>

 

<<La donna selvaggia è nel contempo amica e madre di coloro che hanno perso la strada, si sono sperdute, di tutte coloro che hanno bisogno di sapere, di tutte coloro che hanno un enigma da risolvere, di tutte coloro che vagano e cercano nella foresta o nel deserto.>>

 

E veniamo ad un testo più recente: “La profezia della curandera” di Hernàn Huarache Ma mani. Sacerdote e curandero, Mamani è ultimo erede di un’antica generazione di curanderos andini. È un indio quechua nato in un villaggio della Cordigliera delle Ande. Insegna lingua quechua all’Università di Arequipa e da anni lavora al progetto di rivalutazione e divulgazione del patrimonio culturale del suo paese, un immenso patrimonio distrutto che Mamani ha cercato di riportare alla luce, raccogliendo testimonianze, usi e pratiche dimenticate.  La trama del libro: Kantu è giovane, bella e piena di entusiasmo. Vive a Cuzco, in Perù, ma non conosce nulla delle antiche tradizioni andine. Un giorno, un evento inatteso sconvolge il suo universo, costringendola a confrontarsi con una realtà a lei incomprensibile. Disposta a tutto pur di conquistare l’uomo che ama, Kantu intraprende un cammino difficile, ma affascinante, che la porterà a riscoprire la straordinaria energia che è in lei. Per Mamani, secondo un’antica profezia andina, verrà un giorno in cui lo spirito femminile si risveglierà da un lungo letargo per dare origine ad un nuovo mondo fatto di pace e armonia attraverso tutta la forza del suo amore. Dunque, quel giorno si sta avvicinando, racconta Hernàn Huarache Mamani nel suo romanzo, “La profezia della Curandera”, attraverso la straordinaria figura di Kantu e il suo cammino interiore e spirituale.

Dal testo:  <<Finché nel cuore della donna continuerà a brillare la luce dell’amore il mondo sarà salvo…, ma se quell’amore scemerà allora l’odio e l’indifferenza dilagheranno e finiranno col distruggerlo>>.

Altrove: <<La vera donna non ha bisogno di competere con l’uomo; è un essere dotato di qualità specifiche che è assurdo paragonare a quelle maschili. La donna in comunione, in cooperazione assoluta con il suo uomo, intraprende il cammino dell’amore, della verità, del rispetto delle leggi universali>>

Concluderò con un ultima opera, a me profondamente cara, come lo è la sua autrice:

“Il femminile dell’essere”, sottotitolo: “Per smetterla con la costola d’Adamo”
di Annick de Souzenelle.

Annick de Souzenelle, mistica e teologa di fama internazionale, indaga in questa bellissima opera il lato femminile dell’essere rileggendo i testi sacri alla luce di una prospettiva teologica in grado di cogliere la verità profonda che in essi si cela. Annick de Souzenelle interpreta l’essere e tutto il creato alla luce di un reciproco incessante rapporto d’amore tra un Io maschile che semina e un Tu femminile che accoglie e dà alla luce il frutto. In questo senso Adamo ed Eva sono davvero della stessa carne, spiritualmente simili in tutto e per tutto, ferme restando le differenze biologiche che possono comportare ruoli e funzioni sociali differenti. “Per smetterla con la costola di Adamo” recita dunque il testo, il quale non per questo si può definire un libro femminista, benché celebri in tutti i suoi aspetti la dignità, la bellezza e l’intelligenza della donna. L’autrice parte però dall’affermazione del valore della persona, maschio e femmina, ricorrendo alla tradizione delle Sacre Scritture e del mito religioso ma nel farlo si trova a sottolineare quanto sia fondamentale comprendere il principio femminile che partecipa dell’Essere (come Padre divino e come creato) tanto quanto quello maschile.

Ripreso dal testo: <<Gioisci Maria, piena di grazia” canta Gabriele, l’angelo che scende ad annunciare a Maria  la sua maternità verginale: è il primo saluto del cielo alla terra che troviamo nei Vangeli”
“So che sei bella” esclama Abramo magnificando la sua sposa Sara: la prima parola rivolta da un uomo nella Bibbia.
Bellezza, pienezza di grazia, maternità, “gloria dell’uomo” dirà san Paolo, ma anche, più sottilmente, gloria di Dio. Questa è la donna che vorrei celebrare in queste pagine, io stessa donna colma di tanta ricchezza, e talvolta tanto sofferente da non potermi esprimere!
Dicendo questo prendo subito in esame tre livelli del femminile:
– la donna che io sono sul piano biologico;
– il femminile, “altro lato di Adam” quello dell’interiorità dell’uomo e della donna….
– ma anche l’intera umanità (uomini e donne) femminile rispetto a Dio.”>>.

In conclusione, interrogarsi sulla dipendenza affettiva, considerata oggi un malessere di matrice soprattutto femminile, cercare cioè di uscire dall’incubo di legami che diventano prigioni, significa  accettare d’intraprendere un viaggio interiore e spirituale con sé stesse alla ricerca del ricongiungimento con quel “femminile” dimenticato che, secondo alcuni salverà il mondo.

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