DISTURBI DELL’APPRENDIMENTO
Dr.ssa Maria Amoni  

È una patologia psichica (o gruppo di patologie) caratterizzata da disturbi del pensiero, dell’umore, della vita di relazione e dalla presenza di allucinazioni, deliri e bizzarrie del comportamento.   
Secondo alcuni dati, vi è una media di circa l’1% della popolazione che soffre di schizofrenia, con variazioni sensibili a seconda della collocazione geografica, della condizione socioeconomica e dell’appartenenza culturale. In Italia ogni anno circa 3 persone su 1000 si ammalano di schizofrenia. Nel mondo occidentale l’incidenza varia dallo 0,63% al 1,7%, mentre nel terzo mondo l’incidenza è molto minore, lo 0,34%, ma anche i decorsi sembrano essere più favorevoli rispetto all’occidente. Questi dati dimostrano la complessità e la molteplicità sia dei fattori predisponenti, sia dei fattori curativi, su cui non vi è unanime consenso tra i ricercatori, anche perché non sono certe le cause della malattia
Probabilmente, a fronte di un substrato biologico-genetico predisponente, altre cause ambientali, familiari, sociali e culturali, concorrono a creare una vulnerabilità della persona alla malattia.

Senza entrare nel dettaglio, si parla di schizofrenia allorché vi sono, da almeno un mese, questi sintomi, o parte di essi: 

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Presenza di deliri;

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Presenza di allucinazioni uditive (nella gran parte dei casi), o visive;

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Incoerenza o marcato allentamento dei processi associativi;

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Appiattimento o forte inadeguatezza della vita affettiva;

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Tendenza marcata al ritiro dalla vita di relazione e sociale; 

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Bizzarria o stranezza del comportamento, associata ad inerzia, negativismo, stupore;

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Perdita o allentamento dei confini dell’Io e confusione marcata dell’identità, angoscia.

  Va ribadito che la schizofrenia non è una malattia che colpisce l’intelligenza, o la lucidità della coscienza (se non in una fase molto successiva e cronica); non si tratta nemmeno di una malattia neurologica, né tanto meno di una malattia che rimanda a colpe commesse, al malocchio o al destino: è "semplicemente" una malattia della mente.
La schizofrenia esordisce in genere tra la fine dell’adolescenza e l’età giovanile, tra i 20 e i 25 anni. Il suo esito (indipendentemente dai trattamenti) è variabile: il 16% dopo un primo episodio ritorna alla normalità; il 32% ha più episodi ma con un minimo strascico deficitario; il 52% avrà un peggioramento progressivo.

Il delirio è una credenza poco attinente alla realtà e alle valutazioni della cultura dominante. A volte i deliri si presentano come vere e proprie teorie alternative sul mondo e su se stessi, come nel caso dei deliri persecutori che riguardano presunti complotti o gelosie, o come nel caso di certe idee di grandezza o di successo, oppure ancora idee incongrue sul proprio corpo. In altri casi i deliri sono poco organizzati e contingenti alla situazione del paziente.

L’allucinazione, quasi sempre uditiva (ma può essere anche visiva, olfattiva, corporea), è la percezione da parte del paziente di voci che possono essere malevoli o benevoli. Quando le voci sono malevoli, sono vissute con un grande senso di angoscia e di intrusione dalla persona perché in genere danno ordini o fanno commenti negativi; quando sono benevoli possono anche assumere una funzione di compagnia. Spesso il paziente tende a mantenere il segreto su queste voci, altre volte vi può essere un assentarsi e un dialogo privato tra la voce e la persona. 

 Tra i disturbi del comportamento, i più evidenti sono quelli che risultano invalidanti per la vita della persona e che riguardano la sfera familiare, la sfera sociale e la sfera lavorativa. Il soggetto non esce più di casa, trascura la propria persona, si sente influenzato dagli altri, sente che qualcuno legge i suoi pensieri, non riesce più a lavorare, non prova nessun piacere a parlare o a stare con gli altri, si ripiega totalmente su se stesso concentrandosi su pochi elementi della sua vita, dorme poco e in orari diurni, mangia disordinatamente, etc. Raramente si assiste a comportamenti violenti, dovuti  quasi sempre a intollerabili sollecitazioni ambientali, che vanno intesi come risposte all’angoscia piuttosto che come atteggiamento delinquenziale o malvagio. 

Va segnalato che nella popolazione schizofrenica c’è un tasso di suicidi e di tentativi di suicidio superiore a quella non schizofrenica.

COMPRENSIONE PSICOLOGICA

Al di là delle interpretazioni contrastanti che vi sono state sulle cause della schizofrenia - da alcuni individuate in fattori deficitari, da altri in fattori legati a carenze relazionali - sembrerebbe probabile e condivisa l’idea di una vulnerabilità della persona schizofrenica rintracciabile già nelle fasi precoci dello sviluppo.
Tale vulnerabilità fa sì che il soggetto che tende ad ammalarsi di schizofrenia, sia già da neonato particolarmente sensibile alle stimolazioni sensoriali ambientali e alle sollecitazioni relazionali. Avverrebbe dunque che ciò che per un bambino non vulnerabile risulta facilmente assimilabile, per un bambino predisposto alla schizofrenia risulta invece sovraccarico e intollerabile. Da qui, la necessità per l’individuo “vulnerabile” di espellere molti stimoli sensoriali e di rinunciare ad affrontare molte delle impellenze problematiche di tipo sociale- relazionale, e di avere verso i propri pensieri e verso le funzioni della propria mente un atteggiamento di rifiuto. Accanto a ciò si associa la difficoltà da parte della madre di trovare una buona “corrispondenza” con un bambino così esigente e particolare che richiede un particolare contenimento e un forte “filtro” dalla realtà.
I compiti evolutivi della persona “vulnerabile”, gli impegni relazionali e affettivi, diventano perciò fonte continua di conflitto e di difficoltà, ed il soggetto pre-schizofrenico vivrebbe costantemente uno scarto evolutivo rispetto allo sviluppo normale, come se l’individuo fosse continuamente in svantaggio rispetto alle mete maturative psicologiche.
La schizofrenia dunque, come tutte le patologie mentali, è la soluzione di compromesso che la persona trova in relazione ad una difettualità antica e diffusa, per cui è possibile leggere molte delle caratteristiche della modalità schizofrenica come l’equilibrio possibile che il soggetto è riuscito a trovare rispetto ai compiti evolutivi non raggiungibili. Perciò, la regressione, l’attribuzione distorta dei contenuti della propria mente ad altre persone, l’impossibilità di accesso al pensiero simbolico, il ritiro dalla vita sociale, l’apatia e la perdita di progettualità, nonché i deliri e le allucinazioni sono tutte modificazioni marcate e patologiche della personalità che stanno ad indicare l’uscita di scena del soggetto dal “teatro” della vita di relazione con i suoi compiti complessi.

INDICAZIONI TERAPEUTICHE

 Anche se la componente biologica della schizofrenia è stata identificata come una delle sue molteplici cause, è quasi unanime la convinzione tra gli studiosi dei diversi orientamenti che si tratta di una malattia a matrice funzionale, nella quale però i fattori biologici predisponenti s’incontrano con aspetti disfunzionali ambientali. 
Nonostante la gravità della schizofrenia, solo il 10% dei pazienti risulta refrattario ai trattamenti e si deteriora permanentemente, il restante 90%, con differenti esiti, risponde all’intervento e produce miglioramenti che in molti casi risultano risolutori. Oggi infatti, anche grazie agli sviluppi delle strategie terapeutiche, sembra ampiamente superato il pregiudizio che vedeva la schizofrenia come una malattia incurabile e intrattabile, e un intervento precoce ha maggiori possibilità di successo.
È molto difficile poter individuare segnali premonitori “certi” della schizofrenia: gli stessi segnali possono indicare altri disturbi o semplicemente una reazione ad una situazione difficile. In genere, nelle settimane o mesi che precedono l’esordio vero e proprio dei sintomi, la persona appare priva di interessi per il lavoro o lo studio, ma anche per le relazioni sociali, trascura il proprio aspetto e la propria igiene, tende ad invertire il giorno con la notte e a soffrire d’insonnia, può anche apparire ansiosa o depressa, comincia a notare strani fatti intorno a sé e a collegarli in una sorta di trama autocoerente, si concentra su aspetti apparentemente marginali, confonde sempre più spesso il desiderio con la realtà, si chiude in un guscio. Fino a quando irrompe l’episodio psicotico vero e proprio che si caratterizza presto con un suo particolare linguaggio e aspetto dissonante: una “voce”, un’angoscia molto forte e apparentemente immotivata, una convinzione radicata assolutamente irrealistica, un comportamento eclatantemente bizzarro, oppure il lento e progressivo ritiro ed il rifiuto di partecipare a qualunque iniziativa per totale apatia non depressiva. La persona dimostra insomma di non utilizzare più lo stesso linguaggio di tutti e sembra aver perso le parole per esprimere il suo disagio; allo stesso tempo è evidente che egli non è più in grado di fare i conti con la realtà. 

La cura della schizofrenia è assai complessa ed impegnativa, non solo per il paziente ed il curante, ma anche per i familiari che si occupano di lui e che spesso sono coloro che formulano al posto suo la domanda di cura (essendo spesso il paziente, in una prima fase, inconsapevole della malattia). I familiari inoltre hanno il gravoso compito di sostenere tutto il percorso di cura del loro congiunto partecipando attivamente ai trattamenti.
Molti problemi relativi all’inefficacia dei trattamenti dipendono in parte dalla difficoltà che incontra la famiglia a “prendere le misure” rispetto alla complessità e alla stranezza della situazione: a volte vi è un atteggiamento prolungato (anche di anni) di negazione della malattia; altre volte il disorientamento, l’angoscia e l’eccessivo coinvolgimento dei familiari peggiora la ricerca di soluzioni adeguate. Alcune volte paziente e familiari sono portati a pensare che con i farmaci si ottiene la guarigione, altre volte i familiari si rivolgono a persone non esperte, se non addirittura a maghi, santoni, esorcisti. Si riduce così il problema o a una faccenda meramente cerebrale-farmacologica, oppure a una faccenda legata a superstizioni magiche o religiose.

In molti altri casi, per la verità, sono le risposte terapeutiche e istituzionali ad essere inadeguate, proponendo interventi parziali, frammentari, cronicizzanti.
La cura della schizofrenia dovrebbe essere precoce ed integrata, ed articolarsi in interventi paralleli e/o successivi di varia natura: psicoterapie (individuali, familiari, di gruppo), farmacoterapie, riabilitazione, fino all’intervento nella quotidianità del paziente nei casi più difficili. Si tratta cioè di un intervento multimodale e multidisciplinare che vede la collaborazione di più figure terapeutiche complementari, oltre naturalmente della stessa famiglia. Non esistono ovviamente risposte predefinite, ed ogni paziente necessita di un suo progetto terapeutico personale. Sicuramente sono riconoscibili elementi diagnostici e prognostici che lasciano prevedere una maggiore o minore efficacia dell’intervento: in genere tutti quei sintomi del “quadro schizofrenico” che rimandano ad un’assenza di funzioni (i sintomi cosiddetti “negativi”), come l’apatia, la povertà dell’eloquio, l’appiattimento affettivo, il ritiro sociale, fanno supporre una storia pre-morbosa di tipo deficitario ed un lento e progressivo scivolamento verso la malattia che rende il soggetto meno sensibile ai trattamenti. Altri fattori predittivi-prognostici negativi riguardano la sfera familiare (intrappolamento nella dinamica familiare e impossibilità di svincolo) e l’esito negativo di precedenti trattamenti.
Invece, quei sintomi che rimandano ad una presenza (i cosiddetti sintomi “positivi”), come i deliri, le allucinazioni, l’angoscia panica, l’agitazione, tipici delle fasi acute e che giungono all’improvviso sono, paradossalmente, prognosticamente più favorevoli, soprattutto se l’intervento è tempestivo e ben articolato.

In tutti i casi ciò che conta è saper modulare la risposta terapeutica a seconda dei bisogni del paziente e del momento particolare della malattia sapendo combinare gli interventi nella giusta proporzione in relazione ai bisogni del paziente.
L’intervento psicoterapeutico (con le sue diverse modalità) è sicuramente indispensabile in tutte le fasi della malattia e va “conquistato” con pazienza e determinazione, anche al costo di grandi fatiche di tutti.
L’intervento farmacologico è anch’esso importantissimo perché, se somministrato con oculatezza (evitando i frequenti abusi sedanti), sostiene il lavoro di reintegrazione del paziente, agendo spesso sui sintomi floridi positivi e solo in parte anche su quelli negativi, permettendo al paziente di accedere alle relazioni e alla psicoterapia.
L’intervento riabilitativo è particolarmente indicato nelle fasi non acute nei casi in cui il paziente presenti una disabilità lavorativa e sociale e consente d’intervenire sugli aspetti dell’identità sociale del soggetto che gli altri interventi non contemplano.
Il ricovero ospedaliero può essere necessario nelle fasi acute o di crisi soprattutto quando il paziente è assalito dai sintomi ed ha bisogno di un periodo di osservazione che consenta la messa a punto del progetto terapeutico, oppure quando il paziente in crisi acuta rifiuta ogni trattamento (anche in questo caso però è sempre consigliabile effettuare ogni tentativo per proporre al paziente un ricovero volontario, piuttosto che un ricovero coatto e traumatico, extrema ratio da lasciare come ultimissima soluzione in casi di reale pericolo).
L’intervento della comunità terapeutica (per pazienti psichiatrici) o di altre strutture territoriali è un intervento molto articolato che integra tutti questi interventi ed è fondato sulla quotidianità, e può essere particolarmente utile (anche ai primi esordi della malattia) laddove sia necessario, per paziente e famiglia, prendere una giusta distanza reciproca ed avere un unico posto dove curarsi.
In alcuni casi all’intervento psicoterapeutico o farmacologico occorre affiancare anche un intervento domiciliare soprattutto laddove il paziente non risponde ad alcuna sollecitazione terapeutica, oppure laddove sia necessario sostenere famiglia e paziente, ma anche lo psicoterapeuta, con la presenza di un “compagno adulto” nella quotidianità. Ciò che in ogni modo va evitato è “accompagnare” la persona sofferente verso la cronicizzazione della malattia attraverso l’utilizzo di lungodegenze e ricoveri in cliniche del tutto privi di progettualità terapeutica ed esistenziale.
Occorre ribadire infine che la cura della schizofrenia è una vera e propria sfida, e che la parzialità dell’intervento – solo psicoterapeutico, solo farmacologico, solo riabilitativo – gioca a favore di un deterioramento progressivo delle condizioni del paziente. 

INDICAZIONI PER I FAMILIARI 

Rivolgersi tempestivamente ad un servizio pubblico o privato che assicuri una presa in carico significativa ed un progetto terapeutico articolato e continuo. R ivolgersi tempestivamente ad un servizio pubblico o privato che assicuri una presa in carico significativa ed un progetto terapeutico articolato e continuo. Cercare un sostegno professionale anche per i familiari ed informarsi sulle corrette modalità per aiutare se stessi ed il proprio congiunto. Imparare a controllare emozioni e sentimenti troppo forti Assumere un atteggiamento comprensivo ma allo stesso tempo fermo e contenitivo. 
La schizofrenia è una malattia, non è una vergogna, e soprattutto non dipende dalla colpa di nessuno.
Molte ricerche hanno dimostrato che il ruolo giocato dai familiari nel decorso della malattia è centrale nella misura in cui i parenti si rendono consapevoli di ciò che realmente sta accadendo al proprio caro e a loro stessi, e nella misura in cui imparano a tenere a bada le emozioni troppo espressive. Nelle famiglie in cui vi è l’espressione manifesta di emozioni di recriminazione e di rimprovero, di disperazione, o viceversa di eccessiva protettività, le recidive dei pazienti sono sensibilmente maggiori rispetto alle famiglie in cui vi è un basso livello di drammatizzazione e di ansia. Molto spesso i familiari tendono erroneamente a leggere alcune manifestazioni sintomatiche del proprio caro come ad esempio segnali di "cattiva volontà", "indolenza-pigrizia", "malignità", "negativismo", "delinquenzialità", quando invece non si tratta di questo.
Al di là di ciò, è importante sottolineare che un corretto coinvolgimento della famiglia nel problema del congiunto o anche in una terapia che la riguarda, è a volte decisivo per l’esito della malattia perché mobilita le risorse e riattiva i processi maturativi interrotti dalla malattia stessa.

 
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