Va ribadito che la schizofrenia non è una malattia che colpisce
l’intelligenza, o la lucidità della coscienza (se non in una fase molto
successiva e cronica); non si tratta nemmeno di una malattia neurologica, né
tanto meno di una malattia che rimanda a colpe commesse, al malocchio o al
destino: è "semplicemente" una malattia della mente.
La schizofrenia esordisce in genere tra la fine dell’adolescenza e l’età
giovanile, tra i 20 e i 25 anni. Il suo esito (indipendentemente dai
trattamenti) è variabile: il 16% dopo un primo episodio ritorna alla normalità;
il 32% ha più episodi ma con un minimo strascico deficitario; il 52% avrà un
peggioramento progressivo.
Il delirio è una credenza poco attinente alla realtà e alle
valutazioni della cultura dominante. A volte i deliri si presentano come vere e
proprie teorie alternative sul mondo e
su se stessi, come nel caso dei deliri persecutori che riguardano presunti
complotti o gelosie, o come nel caso di certe idee di grandezza o di successo,
oppure ancora idee incongrue sul proprio corpo. In altri casi i deliri sono poco
organizzati e contingenti alla situazione del paziente.
L’allucinazione, quasi sempre uditiva (ma può essere anche visiva,
olfattiva, corporea), è la percezione da parte del paziente di voci che possono
essere malevoli o benevoli. Quando le voci sono malevoli, sono vissute con un
grande senso di angoscia e di intrusione dalla persona perché in genere danno
ordini o fanno commenti negativi; quando sono benevoli possono anche assumere
una funzione di compagnia. Spesso il paziente tende a mantenere il segreto su
queste voci, altre volte vi può essere un assentarsi e un dialogo privato tra
la voce e la persona.
Tra
i disturbi del comportamento, i più evidenti sono quelli che
risultano invalidanti per la vita della persona e che riguardano la sfera
familiare, la sfera sociale e la sfera lavorativa. Il soggetto non esce più di
casa, trascura la propria persona, si sente influenzato dagli altri, sente che
qualcuno legge i suoi pensieri, non riesce più a lavorare, non prova nessun
piacere a parlare o a stare con gli altri, si ripiega totalmente su se stesso
concentrandosi su pochi elementi della sua vita, dorme poco e in orari diurni,
mangia disordinatamente, etc. Raramente si assiste a comportamenti violenti,
dovuti quasi sempre a intollerabili
sollecitazioni ambientali, che vanno intesi come risposte all’angoscia
piuttosto che come atteggiamento delinquenziale o malvagio.
Va
segnalato che nella popolazione schizofrenica c’è un tasso di suicidi e di
tentativi di suicidio superiore a quella non schizofrenica.
COMPRENSIONE
PSICOLOGICA
Al di là
delle interpretazioni contrastanti che vi sono state sulle cause della
schizofrenia - da alcuni individuate in fattori deficitari, da altri in fattori
legati a carenze relazionali - sembrerebbe probabile e condivisa l’idea di una
vulnerabilità della persona
schizofrenica rintracciabile già nelle fasi precoci dello sviluppo.
Tale vulnerabilità fa sì che il soggetto che tende ad ammalarsi di
schizofrenia, sia già da neonato particolarmente sensibile alle stimolazioni
sensoriali ambientali e alle sollecitazioni relazionali. Avverrebbe dunque che
ciò che per un bambino non vulnerabile risulta facilmente assimilabile, per un
bambino predisposto alla schizofrenia risulta invece sovraccarico e
intollerabile. Da qui, la necessità per l’individuo “vulnerabile” di
espellere molti stimoli sensoriali e di rinunciare ad affrontare molte delle
impellenze problematiche di tipo sociale- relazionale, e di avere verso i propri
pensieri e verso le funzioni della propria mente un atteggiamento di rifiuto.
Accanto a ciò si associa la difficoltà da parte della madre di trovare una
buona “corrispondenza” con un bambino così esigente e particolare che
richiede un particolare contenimento e un forte “filtro” dalla realtà.
I compiti evolutivi della persona “vulnerabile”, gli impegni relazionali e
affettivi, diventano perciò fonte continua di conflitto e di difficoltà, ed il
soggetto pre-schizofrenico vivrebbe costantemente uno scarto
evolutivo rispetto allo sviluppo normale, come se l’individuo fosse
continuamente in svantaggio rispetto alle mete maturative psicologiche.
La schizofrenia dunque, come tutte le patologie mentali, è la soluzione di
compromesso che la persona trova in relazione ad una difettualità antica e
diffusa, per cui è possibile leggere molte delle caratteristiche della modalità
schizofrenica come l’equilibrio possibile che il soggetto è riuscito a
trovare rispetto ai compiti evolutivi non raggiungibili. Perciò, la
regressione, l’attribuzione distorta dei contenuti della propria mente ad
altre persone, l’impossibilità di accesso al pensiero simbolico, il ritiro
dalla vita sociale, l’apatia e la perdita di progettualità, nonché i deliri
e le allucinazioni sono tutte modificazioni marcate e patologiche della
personalità che stanno ad indicare l’uscita
di scena del soggetto dal “teatro”
della vita di relazione con i suoi compiti complessi.
INDICAZIONI
TERAPEUTICHE
Anche
se la componente biologica della schizofrenia è stata identificata come una
delle sue molteplici cause, è quasi unanime la convinzione tra gli studiosi dei
diversi orientamenti che si tratta di una malattia a matrice
funzionale, nella quale però i fattori biologici predisponenti
s’incontrano con aspetti disfunzionali ambientali.
Nonostante la gravità della schizofrenia, solo il 10% dei pazienti risulta
refrattario ai trattamenti e si deteriora permanentemente, il restante 90%, con
differenti esiti, risponde all’intervento e produce miglioramenti che in molti
casi risultano risolutori. Oggi infatti, anche grazie agli sviluppi delle
strategie terapeutiche, sembra ampiamente superato il pregiudizio che vedeva la
schizofrenia come una malattia incurabile e intrattabile, e un intervento precoce ha maggiori possibilità di successo.
È molto difficile poter individuare segnali
premonitori “certi” della schizofrenia: gli stessi segnali possono
indicare altri disturbi o semplicemente una reazione ad una situazione
difficile. In genere, nelle settimane o mesi che precedono l’esordio vero e
proprio dei sintomi, la persona appare priva di interessi per il lavoro o lo
studio, ma anche per le relazioni sociali, trascura il proprio aspetto e la
propria igiene, tende ad invertire il giorno con la notte e a soffrire
d’insonnia, può anche apparire ansiosa o depressa, comincia a notare strani
fatti intorno a sé e a collegarli in una sorta di trama autocoerente, si
concentra su aspetti apparentemente marginali, confonde sempre più spesso il
desiderio con la realtà, si chiude in un guscio. Fino a quando irrompe l’episodio
psicotico vero e proprio che si caratterizza presto con un suo particolare linguaggio
e aspetto dissonante: una “voce”, un’angoscia molto forte e
apparentemente immotivata, una convinzione radicata assolutamente irrealistica,
un comportamento eclatantemente bizzarro, oppure il lento e progressivo ritiro
ed il rifiuto di partecipare a qualunque iniziativa per totale apatia non
depressiva. La persona dimostra insomma di non utilizzare più lo stesso
linguaggio di tutti e sembra aver perso le parole per esprimere il suo disagio;
allo stesso tempo è evidente che egli non è più in grado di fare i conti con
la realtà.
La
cura della schizofrenia è assai complessa ed impegnativa,
non solo per il paziente ed il curante, ma anche per i familiari che si occupano
di lui e che spesso sono coloro che formulano al posto suo la domanda di cura
(essendo spesso il paziente, in una prima fase, inconsapevole della malattia). I
familiari inoltre hanno il gravoso compito di sostenere tutto il percorso di
cura del loro congiunto partecipando attivamente ai trattamenti.
Molti problemi
relativi all’inefficacia dei trattamenti dipendono in parte dalla difficoltà
che incontra la famiglia a “prendere le misure” rispetto alla complessità e
alla stranezza della situazione: a volte vi è un atteggiamento prolungato
(anche di anni) di negazione della malattia; altre volte il disorientamento,
l’angoscia e l’eccessivo coinvolgimento dei familiari peggiora la ricerca di
soluzioni adeguate. Alcune volte paziente e familiari sono portati a pensare che
con i farmaci si ottiene la guarigione, altre volte i familiari si rivolgono a
persone non esperte, se non addirittura a maghi, santoni, esorcisti. Si riduce
così il problema o a una faccenda meramente cerebrale-farmacologica, oppure a
una faccenda legata a superstizioni magiche o religiose.
In molti altri casi, per la verità,
sono le risposte terapeutiche e istituzionali ad essere inadeguate, proponendo
interventi parziali, frammentari, cronicizzanti.
La cura della
schizofrenia dovrebbe essere precoce
ed integrata, ed articolarsi in interventi paralleli e/o successivi di
varia natura: psicoterapie (individuali, familiari, di gruppo),
farmacoterapie, riabilitazione, fino all’intervento nella quotidianità
del paziente nei casi più difficili. Si tratta cioè di un intervento
multimodale e multidisciplinare che vede la collaborazione di più
figure terapeutiche complementari, oltre naturalmente della stessa famiglia.
Non esistono ovviamente risposte predefinite,
ed ogni paziente necessita di un suo progetto terapeutico personale.
Sicuramente sono
riconoscibili elementi diagnostici e prognostici che lasciano prevedere una
maggiore o minore efficacia dell’intervento: in genere tutti quei sintomi del
“quadro schizofrenico” che rimandano ad un’assenza
di funzioni (i sintomi cosiddetti “negativi”), come l’apatia, la
povertà dell’eloquio, l’appiattimento affettivo, il ritiro sociale, fanno
supporre una storia pre-morbosa di tipo deficitario ed un lento e progressivo
scivolamento verso la malattia che rende il soggetto meno sensibile ai
trattamenti. Altri fattori predittivi-prognostici negativi riguardano la sfera
familiare (intrappolamento nella dinamica familiare e impossibilità di
svincolo) e l’esito negativo di precedenti trattamenti.
Invece, quei sintomi che rimandano ad una presenza
(i cosiddetti sintomi “positivi”), come i deliri, le allucinazioni,
l’angoscia panica, l’agitazione, tipici delle fasi acute e che giungono
all’improvviso sono, paradossalmente, prognosticamente più favorevoli,
soprattutto se l’intervento è tempestivo e ben articolato.
In tutti i casi ciò che conta è saper modulare la risposta terapeutica a
seconda dei bisogni del paziente e del momento particolare della malattia
sapendo combinare gli interventi nella giusta proporzione in relazione ai
bisogni del paziente.
L’intervento
psicoterapeutico
(con le sue diverse modalità) è sicuramente indispensabile in tutte le fasi
della malattia e va “conquistato” con pazienza e determinazione, anche al
costo di grandi fatiche di tutti.
L’intervento
farmacologico
è anch’esso importantissimo perché, se somministrato con oculatezza
(evitando i frequenti abusi sedanti), sostiene il lavoro di reintegrazione del
paziente, agendo spesso sui sintomi floridi positivi e solo in parte anche su
quelli negativi, permettendo al paziente di accedere alle relazioni e alla
psicoterapia.
L’intervento riabilitativo è particolarmente indicato nelle fasi non acute nei
casi in cui il paziente presenti una disabilità lavorativa e sociale e consente
d’intervenire sugli aspetti dell’identità sociale del soggetto che gli
altri interventi non contemplano.
Il ricovero ospedaliero può essere necessario nelle fasi acute o di crisi
soprattutto quando il paziente è assalito dai sintomi ed ha bisogno di un
periodo di osservazione che consenta la messa a punto del progetto terapeutico,
oppure quando il paziente in crisi acuta rifiuta ogni trattamento (anche in
questo caso però è sempre consigliabile effettuare ogni tentativo per proporre
al paziente un ricovero volontario, piuttosto che un ricovero coatto e
traumatico, extrema ratio da lasciare come ultimissima soluzione in casi di
reale pericolo).
L’intervento
della comunità terapeutica
(per pazienti psichiatrici) o di altre strutture territoriali
è un intervento molto articolato che integra tutti questi interventi ed è
fondato sulla quotidianità, e può essere particolarmente utile (anche ai primi
esordi della malattia) laddove sia necessario, per paziente e famiglia, prendere
una giusta distanza reciproca ed avere un unico posto dove curarsi.
In alcuni casi
all’intervento psicoterapeutico o farmacologico occorre affiancare anche un intervento
domiciliare soprattutto laddove il paziente non risponde ad alcuna
sollecitazione terapeutica, oppure laddove sia necessario sostenere famiglia e
paziente, ma anche lo psicoterapeuta, con la presenza di un “compagno
adulto” nella quotidianità. Ciò che in
ogni modo va evitato è “accompagnare” la persona sofferente verso la
cronicizzazione della malattia attraverso l’utilizzo di lungodegenze e
ricoveri in cliniche del tutto privi di progettualità terapeutica ed
esistenziale.
Occorre ribadire infine che la cura della schizofrenia è una vera e propria
sfida, e che la parzialità dell’intervento – solo psicoterapeutico, solo
farmacologico, solo riabilitativo – gioca a favore di un deterioramento
progressivo delle condizioni del paziente.
INDICAZIONI
PER I FAMILIARI
Rivolgersi
tempestivamente ad un servizio pubblico o privato che assicuri una presa in
carico significativa ed un progetto terapeutico articolato e continuo. R
ivolgersi tempestivamente ad un servizio pubblico o privato che assicuri una
presa in carico significativa ed un progetto terapeutico articolato e continuo. Cercare
un sostegno professionale anche per i familiari ed informarsi sulle corrette
modalità per aiutare se stessi ed il proprio congiunto. Imparare a controllare
emozioni e sentimenti troppo forti Assumere un atteggiamento comprensivo ma allo
stesso tempo fermo e contenitivo.
La schizofrenia è una malattia, non è una vergogna, e soprattutto non dipende
dalla colpa di nessuno.
Molte ricerche hanno dimostrato che il ruolo giocato dai familiari nel decorso
della malattia è centrale nella misura in cui i parenti si rendono consapevoli
di ciò che realmente sta accadendo al proprio caro e a loro stessi, e nella
misura in cui imparano a tenere a bada le emozioni troppo espressive. Nelle
famiglie in cui vi è l’espressione manifesta di emozioni di recriminazione e
di rimprovero, di disperazione, o viceversa di eccessiva protettività, le
recidive dei pazienti sono sensibilmente maggiori rispetto alle famiglie in cui
vi è un basso livello di drammatizzazione e di ansia. Molto spesso i familiari
tendono erroneamente a leggere alcune manifestazioni sintomatiche del proprio
caro come ad esempio segnali di "cattiva volontà",
"indolenza-pigrizia", "malignità", "negativismo",
"delinquenzialità", quando invece non si tratta di questo.
Al di là di ciò, è importante sottolineare che un corretto coinvolgimento
della famiglia nel problema del congiunto o anche in una terapia che la
riguarda, è a volte decisivo per l’esito della malattia perché mobilita le
risorse e riattiva i processi maturativi interrotti dalla malattia stessa.