ELEMENTI DI PSICOANALISI

Il problema della bugia come gestione della mancanza ad essere.
Testo rivolto a coloro che si interrogano su quella bugia che hanno detto
senza che ve ne fosse bisogno.
 

Credo che tra gli undici volumi delle Opere di Freud sfugga sempre qualcosa anche a chi ha consuetudine con quelle pagina e ciò le rende sempre nuove.

 “Le bugie di due bambine” del 1913 che si trova nel volume sette delle edizioni Boringhieri  fa parte di ciò si può nascondere facilmente al lettore e rendendo l’opera di Freud un campo di studio mai completo.  

E’ un breve testo, e un resoconto di due osservazioni cliniche che interrogano oggi ancor più di ieri il labile limite tra bugia e verità sia nella vita privata che in quella pubblica.

Non pare a chi scrive che la questione della bugia riguardi in stretta misura la morale che pur appare il suo contesto più naturale perché la bugia, e la sua parente stretta ma assai peggiorativa, la menzogna appartengono in larga misura alla limitatezza dell’esperienza umana e alla necessità di far fronte al desiderio.

Attraverso la lente clinica della psicoanalisi e di un onesto ricercatore come fu Freud, proverò a richiedere al lettore un rinnovato interesse per quelle pagine affinché anche altri possano trovare stimoli clinici e teorici per riprendere il tema e rinnovare l’interesse per la verità. 

 

Freud ci annuncia che l’incontro clinico  con una donna adulta ma il suo testo ha come soggetto una bambina: “La bambina di sette anni (secondo anno di scuola) ha preteso del denaro dal padre per comprare dei colori con cui dipingere le uova di Pasqua”[1]. ma il padre glielo nega. Il padre accetta invece di darle il denaro sufficiente per fare il regalo alla regina, usanza comune in quel tempo che verrà utilizzato per comprare i colori precedentemente negati. Naturalmente la bambina verrà punita e da quel momento nella donna c’è il ricordo della trasformazione del suo carattere. Prima dell’episodio, scrive Freud “era stata una bambina assai vivace, piena di fiducia in sé stessa; da quel momento si fa timida ed esitante” [2]

Il lettore ha davanti una bambina narrata da una donna esitante e timida che dichiara a Freud in alcune occasioni di non avere il denaro per vivere. La scena clinica vede Freud nel suo studio con una donna mentre ascolta una bambina alle prese con il patrimonio paterno. Sappiamo dal testo che la donna attraversa temporanee difficoltà finanziarie causate da ritardi nell’invio di denaro da parte del marito. Tali difficoltà inducono Freud a farsi promettere che lei accetterà un suo prestito.

Il prestito non verrà mai richiesto perché la donna impegnerà i suoi gioielli.

Se qui ci interessasse la tecnica utilizzata da Freud non andremmo molto lontani nella disamina del testo bocciando questo intervento. Ma proprio la fedeltà alla verità di Freud porta alla luce alcuni elementi importanti.  La donna oggi come ieri accusa il padre di non voler che offrire doni alla sua sposa, trascurandola e non preferendola a lei. Per come è narrata la verità dalla donna, non esistendo altra verità se non quella che viene nascosta dal discorso dell’incontro analitico, le monete negate hanno un altro importantissimo valore simbolico: servivano ad acquistare colori per ornare le uova di Pasqua. Quindi non erano un capriccio della bambina ma una richiesta di poter attingere al patrimonio paterno per esprimere in modo creativo la forza della passione ed offrire un prodotto artistico alienato dal proprio corpo.

Freud investito dalla domanda cerca un riparo alla posizione paterna offrendo del denaro che dovrà esser restituito. L’offerta non verrà utilizzata, oggi per ieri, dalla donna per cedendo ad altri in pegno alcuni preziosi personali che le permetteranno di vivere, di proseguire nella relazione analitica e nella vita interrompendo la richiesta.

Quindi si tratterebbe di un vero e proprio processo edipico osservato da Freud nel suo divenire e nel quale egli stesso avrebbe preso parte.

A noi interessa intanto provare a definire cosa è per Freud la bugia e in particolare questa bugia.

La bugia descritta nelle nostre pagine riempie la donna come sostituto della mancanza ad essere l’amante del padre al posto della madre, sostituto che riempie con persistenza la vita della donna che incontra Freud che appare “timida e esitante”.

Quella bugia riempie la possibilità dell’espressione creativa che attraverso il gesto dell’ornare trasforma il cibo in segno e orpello, posticipando l’immediata consumazione con evidenti correlati con l’attività sessuale.

Il divieto paterno, non elaborato per mezzo della bugia, impedisce alla donna di incontrare l’altro perché proprio l’altro come persona rinnoverebbe la pena imposta, restare amante del padre.

Ultimo colpo di scena prima di arrivare a qualche conclusione Freud ce lo consegna avvisandoci che tutto ciò lo sappiamo in conseguenza del suo divieto posto alla donna di portare fiori ad ogni seduta, divieto che aprì il ricordo sull’evento delle monete negate e di un altro ricordo che qui non citiamo. Il divieto portava in parola il desiderio che permeava, limitandola, la vita di donna adulta.

“La posta di una psicoanalisi è l’avvento nel soggetto di quella poca realtà che questo desiderio vi sostiene nei confronti dei conflitti simbolici e delle fissazioni immaginarie come mezzo del loro accordo, e la nostra vita è l’esperienza intersoggettiva in cui questo desiderio si fa riconoscere”[3]

 

Freud conclude con queste righe:

"Non si svalutino tali episodi della vita infantile. Sarebbe un  grave sbaglio se, sulla base di simili mancanze infantili,  si facesse  una  prognosi  relativa allo  sviluppo  di  un  carattere immorale.

Ciò nondimeno,  esse  sono congiunte  con  i  più  forti impulsi dell'animo infantile e annunciano la disposizione a eventi della vita a venire o a future nevrosi" [4]

 

Dove ci porta la riflessione di Freud sulla bugia?

La bugia per Freud  è un discorso che va ascoltato e poi analizzato, un discorso che non fa diverso l’adulto dal bambino nonostante le bugie come caso emergano dall’incontro di Freud con due pazienti adulte[5]. Attraverso  le bugie Freud dimostra come si manifesti il  rimosso nella  qualità di una persistenza della vita amorosa precedente a quella adulta che sulla scena del setting analitico si mostra in edizioni formalmente nuove e inspiegabili per chi le subisce ma dal contenuto libidico eguale.

La bugia attraverso il compenso masturbatorio toglie la possibilità che l’altro prenda parola e divenga limite della propria esperienza e perciò anche campo del desiderio.

 “Numerose bugie dei bambini ben educati hanno un significato particolare  e dovrebbero far riflettere gli educatori  invece di irritarli.  Esse si verificano per l'influsso di  impulsi  d'amore straordinariamente  forti  e  diventano  fatali  se  provocano  un malinteso tra il bambino e la persona che ama" [6]

Il bugiardo si trova ad affermare qualcosa di simile a: “non ho bisogno di te perché la realtà è come la mostra il mio stesso dire” divenendo particolarmente evidente nell’anoressia in cui il soggetto è già sazio della sua stessa idea. La bugia insita nell’anoressia mostra il legame con un oggetto d’amore che il soggetto controlla, sentendosene pieno per rimanervi attaccato.

 

Nel futuro prossimo infine  è utile dire che la bugia non deve spaventare il genitore, l’educatore, deve interrogare  lo psicoterapeuta e lo psicoanalista affinché si possa prospettare una teoria e prassi per affrontare il difficile cammino degli adolescenti che per non separarsi, muoiono pieni di fantasie alterate sulle nostre strade.   


 

[1] op. cit. p.223

[2] op. cit. p. 224

[3] J. Lacan – “Funzione e campo della parola e del linguaggio” p.273 – Ed Einaudi

[4] op. cit. p.227

[5] Qui viene presentato solo il primo caso di bugia.

[6] Le bugie di due bambine - Freud 1913 - vol. 7 – ed Boringhieri - Torino



 

 

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