Ciò
che Zigmunt Bauman, il grande sociologo e pensatore della condizione
Post-moderna, ha cercato di mostrare nel corso degli ultimi anni è
stato che ad un incremento delle prerogative di libertà e
autodeterminazione dell'individuo, tipiche delle società moderne e
post-moderne occidentali, è conseguito un indebolimento del potere di
validazione delle istituzioni sociali riguardo l'individuo stesso.
In
altri termini assistiamo negli ultimi decenni al progressivo
smantellamento dei codici istituzionali e simbolici che definiscono sia
l'idoneità sociale degli individui sia i suoi passaggi maturativi. A
ciò va aggiunto il progressivo scardinamento dei codici comunitari (i
motivi per i quali si convive con gli altri) che definivano, nel bene e
nel male, appartenenze e identità.
Risultato:
sull'individuo ricade oggi un carico simbolico e operativo-procedurale
che precedentemente era appannaggio delle istituzioni sociali, politiche
e religiose, o quanto meno era significativamente sostenuto da esse.
Dunque l'individuo si
ritrova oggi a fare i conti, da solo, con attribuzioni di senso che
riguardano sia i propri passaggi maturativi (infanzia-adolescenza-giovinezza-età
adulta-mezz'età-vecchiaia-morte), sia tutti i compiti sociali (scuola,
gruppi e culture extrafamiliari, lavoro, rapporti affettivi,
coniugalità, genitorialità, etc..). Una missione praticamente
impossibile se gestita in maniera solitaria.
Questa
breve premessa mi serve a disegnare la cornice dentro la quale, a mio
parere, si devono inscrivere tutte le vicende che riguardano le
prospettive di coppie e famiglie, e prima ancora, dei legami affettivi
preliminari e successivi la formazione di coppie e famiglie.
Fuori
da questa cornice diventano incomprensibili alcuni "nuovi"
fenomeni contemporanei di "frammentazione" o di "faticosità"
che a loro volta determinano le frequenti crisi di coppie e famiglie,
che vengono surrettiziamente attribuite alla difettosità dei singoli
membri. In un'ottica sistemica e secondo criteri epistemologici legati
ai fenomeni complessi, non ha alcun senso e utilità un approccio
riduzionistico che intervenga in maniera causalistica ed espiatoria sulla
comprensione di tali fenomeni. Non esiste più infatti un'idea unitaria e condivisa di
coppia e di famiglia e gli studiosi di scienze umane si affannano ad
inseguire le definizioni di coppia e famiglia alla luce dei tumultuosi e caleidoscopici cambiamenti di assetto di
strutture sociali precedentemente riconoscibili.
Detto
in parole povere, gli individui che si cimentano in progetti
coniugali e genitoriali si ritrovano spesso da soli e privi di risorse,
ed essere in coppia o in famiglia, sentirsi fautori e
protagonisti di funzioni coniugali e/o genitoriali è diventato oggi un
compito molto difficile al quale singoli e coppie fanno fronte con
grande affanno.

QUALI
SONO LE PRINCIPALI CRITICITà?
ALCUNE
COORDINATE PER COPPIE E FAMIGLIE
Due
culture familiari s'incontrano
Dobbiamo
domandarci innanzitutto se sia corretto pensare all'incontro di due
persone come ad un evento che riguarda due monadi isolate e due individualità
totalmente autodeterminate e svincolate dalla loro storia o se dobbiamo piuttosto
pensare a questo come all'incontro di
due storie-culture familiari che si ritrovano a confrontarsi, attraverso
i membri della coppia, su un terreno parzialmente nuovo, ancora tutto da
coltivare.
Ogni
famiglia di origine infatti è portatrice di mentalità e visioni del
mondo diverse e particolari, maturate nell'arco di generazioni che, come una sorta
di matrice di riconoscimento, tende a lasciare il segno, più o meno
profondo, nella
generazione successiva.
Non
mi riferisco solo alle abitudini, consuetudini, appartenenze sociali o
ideologiche, che rappresentano l'aspetto esteriore della matrice, ma mi
riferisco agli aspetti più profondi e radicati nella storia familiare
che riguardano le modalità relazionali, emotive e affettive, i valori
familiari, qui intesi come strategie di successo, in ogni campo,
sperimentate nelle generazioni precedenti, ma anche le ferite ancora
aperte (traumi, insuccessi, elementi non metabolizzati e irrisolti del
passato) che come "pratiche inevase" ancora impegnano
le successive generazioni anche se apparentemente sembrano non riguardare
loro.
Tutto ciò si dipana nella storia di ogni famiglia in maniera unica e originale.
Quando
l'amore avvicina - fortunatamente - due giovani "estranei"
facendoli giurare con parole di eternità su un reciproco patto di unione,
gli elementi di novità e di speranza offuscano momentaneamente gli
elementi di divergenza pur presenti.
La regola dell'esogamia - regola
universale di tutte le culture umane fin dagli albori che istituisce
l'unione dei membri della coppia provenienti da gruppi umani non familiari - inscrive e
promuove dentro ciascuno di noi la ricerca dell'altro/a complementare
piuttosto che la ricerca del simile.
Ma
la ricerca dell'altro implica inevitabilmente un confronto, implicito o
esplicito, della sua matrice con la propria. A volte tale confronto
produce una dialettica innovativa e la costruzione di una realtà per
certi versi originale (la nuova coppia, la nuova famiglia); a volte tale
confronto corrisponde ad uno scontro nel quale ciascuna matrice
familiare, interna a ciascuno, cerca di
affermarsi sull'altra.
Frequentissimo,
infatti, è il caso di coppie coniugali che trovano su questo il campo
di battaglia principale: il conflitto coniugale si configura come una
sorta di "guerra di religione" nella quale le parti in gioco
sono le rispettive famiglie di origine (suoceri e suocere) che con le loro
modalità e abitudini, i loro veti incrociati invadono pesantemente lo
spazio psichico e fisico della coppia.
Ma
bisogni
di continuità e contiguità con la propria matrice familiare e bisogni di autonomia e cambiamento
s'intersecano variabilmente nelle vicende delle coppie non trovando mai
punti di equilibrio definitivi, e andandosi spesso a scontrare con un
mosaico confuso di aspettative, vincoli, dipendenze, personali e familiari.
Dietro
due individui che s'incontrano vi sono dunque due lunghe storie
transgenerazionali, spesso sconosciute nei loro aspetti salienti, due
gruppi familiari di appartenenza portatori di due culture familiari, con i loro conflitti e le loro
fortune, le loro rispettive fatiche d'integrazione che si diramano
genealogicamente; ma vi sono anche complessi sistemi di lealtà
affettiva tra genitori e figli, tra fratelli, tra nonni e nipoti sui
quali si articolano e s'intricano i nuovi legami affettivi della coppia
e della nuova famiglia. Il vero e proprio "patto" di unione
avviene al livello delle rispettive "famiglie interne"
(e qualche volta anche esterne) dei membri di una coppia.
Ma
come può avvenire la giusta "perimetrazione"
dello spazio della nuova coppia o della nuova famiglia senza che questo
si traduca in una impermeabilità e in una chiusura? Come si possono gestire le
relazioni tra generazioni di famiglie?
Le
insidie dell'endogamia
Se
l'esogamia, prima citata, è quell'invariante culturale che
orienta la scelta del partner in territori extrafamiliari, l'endogamia
rappresenta la forza opposta e contraria, presente in varia misura nelle
nostre culture familiari (soprattutto alla luce dei recenti e
rapidissimi mutamenti socio-culturali che sembrano spingere gli
individui verso una chiusura).
Mutuo
il concetto di endogamia da altre discipline confinanti, antropologia e
sociologia che definiscono l'endogamia come l'orientamento a contrarre
unioni fra appartenenti allo stesso gruppo etnico, sociale o familiare, mentre dal
punto di vista psicodinamico l'endogamia si traduce in una tendenza
conservatrice della psiche maturata in alcune culture familiari, e
trasmessa alle generazioni successive, ad individuare all'interno del
territorio psichico della famiglia stessa tutte le risorse atte ad
assolvere alla maggior parte dei bisogni affettivi e relazionali,
ma anche ai bisogni di sicurezza, di sussistenza, normativi, morali.
Nelle
mentalità endogamiche la famiglia di origine, oltre a diventare pressoché
l'unica fonte affettiva, diventa anche una fonte legislativa assoluta,
cioè autonoma dai codici culturali della società, una sorta di stato
indipendente nel quale vigono leggi autoctone situate a volte molto
lontano dalle consuetudini valoriali condivise. In tali mentalità si
massimalizza il principio di appartenenza (fino a farlo diventare
un vero e proprio sentimento di proprietà) tra i membri della
famiglia: ciascuno sente fortissima ed esclusiva l'appartenenza agli
altri membri della famiglia e contestualmente sente che gli altri gli
appartengono ugualmente in maniera esclusiva.
Una
prima conseguenza di una struttura psicologica endogamica è la
difficoltà a dialogare con altre mentalità, a farsi contaminare, una
tendenza ad avere approcci ideologici ai problemi, quindi una
difficoltà ad apprendere nuove competenze sociali, ma anche ad
apprendere in genere strutture complesse.
Un
secondo punto è rappresentato dalla difficoltà nelle relazioni
affettive e amorose, la difficoltà cioè ad integrare elementi
extrafamiliari nelle strette maglie del proprio tessuto psichico: sembra
che non ci sia molto spazio per nessun altro e ogni tentativo di
"evasione" viene vissuto come grave atto di slealtà e come
indebito tradimento verso la propria famiglia di origine.
Un
terzo punto critico e che le mentalità endogamiche tendono ad essere
statiche e autoreferenti, a non evolversi, ma ad autoperpetuarsi
difettando di adattabilità e flessibilità: le mentalità endogamiche
tendono a costruire intorno a sé essenzialmente realtà familistiche.
In
sintesi, la tendenza all'endogamia psichica comporta un veto al comportamento
esplorativo, una chiusura affettiva e una
tendenza al disadattamento sociale a favore dell'esasperazione del "legame"
familistico a scapito della "relazione".

Figliogconiugeggenitoregnonno:
diventare
coniuge, diventare genitore
Questo
flusso progressivo del ciclo vitale qui sinteticamente indicato - Figliogconiugeggenitoregnonno
-
non vuole minimamente proporsi come modello e tragitto ideale da
dover seguire: ci si può sentire tranquillamente idonei e adeguati pur
scegliendo di non entrarvi.
Non
c'è dubbio però che gran parte di noi, volente o nolente, ci entra e
si ritrova dentro ad affrontare numerose questioni.
Ma
come detto nelle premesse, questi passaggi maturativi che fino a una/due
generazioni fa erano generalmente regolati silenziosamente da impliciti
sincronizzatori socio-culturali sia per le modalità di transito, sia
per le specifiche funzioni di ciascun passaggio (non c'erano, fino a
50-60 anni fa, grosse crisi nel sentirsi ragazza "da marito" o
ragazzo "da moglie", o nel sapere come si comporta un genitore
o un nonno, o come si gestiscono le relazioni tra famiglia di origine e
nuova famiglia), oggi sono stati delegati al singolo individuo il
quale è costretto a gestirsi da solo un carico simbolico-procedurale
immane, dovendosi di volta in volta "inventare"
ciò che attiene ogni passaggio e ad ogni funzione, senza il conforto di riferimenti chiari.
Diventa
arduo dunque ogni singolo passaggio maturativo perché vissuto a volte
come salto nel buio, come indebita complicazione della vita, come
responsabilità intollerabile, come irreversibile scelta per la quale
ci si ritroverà da soli ed incapaci a risolvere le varie gigantesche impellenze.
Ciò
che va innanzitutto detto è che i singoli ruoli-funzioni del flusso -
Figliogconiugeggenitoregnonno
- non sono alternativi e successivi, come il vissuto immediato più
comune porterebbe a credere, ma articolati e aggiuntivi:
chi diventa coniuge non cessa di essere figlio; chi diventa genitore non
cessa di essere coniuge e figlio; chi diventa nonno non cessa di essere
coniuge e genitore.
Entrare
nella funzione coniugale, ad esempio, può invece spesso coincidere con l'idea di
perdita irreversibile e catastrofica delle prerogative-certezze del
ruolo-funzione filiale, ma per fortuna questo è soltanto un timore
indotto dall'attuale clima sociale assai incerto.
Si tratta in realtà
di imparare a coniugare ed integrare, in una articolazione più complessa,
i diversi ruoli-funzioni che si sovrappongono in uno scenario interno
più ampio. Ma anche solo questo "sforzo di fantasia" può
rappresentare oggi un compito ancora troppo arduo per taluni. A volte
quindi la pratica di una vita di coppia, anche consolidata, non
corrisponde affatto ad una posizione interna coniugale piena di ciascun
membro.
Una
considerazione che si sente spesso fare, alla vigilia di una scelta
coniugale o alla vigilia della nascita di un figlio è: <<come
posso fare la compagna o il compagno, oppure la madre o il padre, se mi
sento e sono ancora figlia/o? Non sono pronta/o, è un compito troppo
alto>>.
Oppure,
quando si affrontano questioni delle giovani coppie stabili in uno
stallo della progettualità, si sentono fare, tra le tante, queste
considerazioni: <<lui/lei non si assume nessun impegno
formale nei miei confronti>>; <<ci annoiamo l'uno dell'altro>>;
<<mi sembra troppo esitante e dubbioso/a, forse non ci amiamo
più>>; <<siamo diventati come fratello e sorella>>;
<<io vorrei un figlio, ma lui/lei non ne vuole parlare>>;
e così via.
Oppure,
facendo ancora un passo indietro, quando l'individuo (più o meno
giovane) si confronta con la difficoltà di approccio o di definizione o
di alleanza con l'altro sesso, magari dopo una serie di tentativi
fallimentari e deludenti, si sente dire: <<sento di non
avere alcuna speranza di incontrare una persona adatta a me>>;
<<non c'è nessuno all'altezza delle mie aspettative>> o
viceversa <<non sono all'altezza delle aspettative
altrui, sono fuori dal giro>>.
Tutte
queste considerazioni, ed altre ancora, molto comuni nei contesti
psicoterapeutici, ma non solo, indicano, nei diversi momenti di vita dell'individuo,
la faticosità del passaggio-articolazione figliogconiuge.
Tra
uno scenario certo, anche se angusto e privo di profondità
prospettiche, ed uno incerto e laborioso diventa legittimo decidere
di non decidere e di rimanere fino ai 30-40 anni a casa coi genitori - dato ampiamente
confermato dalle statistiche sociali degli ultimi anni e che ha assunto
oramai carattere generalizzato - solo che le più comuni analisi su tali
dati enfatizzano le incertezze socio-economiche tipiche dei nostri
tempi, ma non approfondiscono le trasformazioni culturali del tessuto
familiare di cui si fa riferimento qui.
Un
secondo passaggio-articolazione delicato riguarda quello tra coniugalitàggenitorialità.
Anche questo transito, in epoche limitrofe a noi ancora lineare e scontato, è diventato oggi
complicatissimo.
Anche
se giuridicamente una coppia può essere considerata una famiglia, dal
punto di vista psicologico possiamo parlare propriamente di famiglia
quando sono presenti almeno due generazioni.
Oggi
una
sorta di angoscia generativa pervade molte coppie giovani
e meno giovani, indipendentemente dal loro grado di
"robustezza": anche per quelle coppie collaudate e stabili -
compagni o sposi - il momento della decisione del concepimento è
preceduto spesso da una crisi profonda del rapporto; per le coppie meno
collaudate, ugualmente, la dichiarazione di desiderio di un figlio da
parte di un membro è a volte motivo di separazione. La
denatalità della nostra civiltà è infatti un dato ormai noto a tutti.
Intanto
va detto che l'attuale enfasi, per certi versi comprensibile, posta sulla
consapevolezza della scelta e sulla solidità del desiderio in merito
alla nascita di un figlio, è un
fenomeno culturale piuttosto recente e sembra produrre piuttosto effetti
paradossali e controproducenti: l'arrivo di un figlio in una
neo-famiglia diventa sempre più una specie di "evento
capitale" che viene investito da eccessive aspettative e timori.
D'altro canto, se nei decenni passati la nascita di un figlio in una
coppia sposata da poco attestava
la nascita della famiglia stessa ed era unanimemente considerato una "grazia",
un
evento fortunato che "aggiungeva" qualcosa, oggi è avvenuto un
ribaltamento di questo significato nel suo opposto: un figlio "priva"
i genitori della loro autonomia e libertà di movimento, della loro
possibilità di realizzazione socio-lavorativa (o quantomeno la frena) e casomai aggiunge
preoccupazioni e sentimenti di responsabilità gravosissimi.
Aggiungiamo a questo quadro psico-culturale le oggettive difficoltà prodotte dalla
reale "inaccoglienza" dell'intera società verso i nascituri:
problemi economici per le coppie giovani e mancanza di sostegno sociale, carenza di strutture,
percezione di pericolosità per i bambini, sentimento di assenza di
prospettive per il loro futuro, e così via. Insomma assistiamo ad una saldatura tra
timori interni e difficoltà esterne, per cui affrontare la generazione e la generatività è
diventato un problema enorme.
In
presenza di un eccesso d'incertezza la psiche umana si difende
legittimamente proteggendo ciò che ha già come acquisito e, come
detto, si arrocca recedendo su posizioni meno fluttuanti: la famiglia di
origine o in alternativa la coppia stabile non generativa (ma potrebbe
essere anche il lavoro), che diventano immediatamente territori psichici
di rifugio (almeno nell'immaginario).
Sono
sempre più frequenti le situazioni di coppie fidanzate o sposate, anche
da tempo, che decidono di non fare figli, ma ancora più numerose sono
quelle coppie stabili e conviventi, che superati i 30-35 anni, dopo anni
di silenzio e di rimozione, cominciano timidamente a porsi la
questione della genitorialità trovandosi però del tutto impreparati ad
affrontare un cambiamento di questo tipo. Altre coppie che invece
ingaggiano interminabili querelle sul tema del decidere, ed altre coppie
ancora che, una volta deciso di fare un figlio, vivono momenti laceranti
e disorientanti.
Il
sentimento di "fondazione" che caratterizza lo spirito
d'intraprendenza e d'innovazione dei neo-coniugi o neo-genitori, rischia
così di essere meno presente nelle nuove generazioni.
Ci
si domanda a questo punto come mai, alla luce di questi attuali scenari,
i figli continuino a nascere lo stesso (anche se meno, come
abbiamo detto)... Evidentemente, gli elementi del desiderio finiscono
per fortuna comunque per prevalere su timori e incertezze.

Crescere
(con) i figli
La
nascita di un figlio rende tale la nuova famiglia, ma rende tali anche i
genitori che possono, dopo questo evento, aggiungere alla definizione di
coniuge l'appellativo di padre e madre.
Ma
la
nascita di un figlio non determina ipso facto la maturazione di una
genitorialità compiuta: essa è comunque il risultato di un processo di
cui il figlio rappresenta una "buona occasione". Molti sono
infatti i
genitori che dichiarano di essersi sentiti tali solo anni dopo la
nascita dei figli, laddove molte funzioni genitoriali sono intanto
assolte dai nonni (oppure rimangono eluse).
Come
abbiamo detto, i genitori sono contestualmente figli e coniugi e spesso
il loro essere e sentirsi ancora figli a tempo pieno rappresenta una
fatica indebita in merito alla necessità di esplorare la propria nuova
funzione di genitore.
Ma
sentirsi
"fondatori" di una realtà chiamata nuova famiglia, anche se fa sempre più
paura, rimane un'esperienza importantissima nella vita di un uomo o di
una donna, dunque un'esperienza decisamente da consigliare.
I
nuovi genitori devono tra le tante cose, riuscire ad assolvere a
numerosi compiti.
Senza
la pretesa di essere esaustivo, vediamone alcuni:
I
novelli genitori imparano già dai primi anni cosa vuol dire accudire un
essere umano totalmente dipendente da sé; imparano a sapere cos'è una
preoccupazione genitoriale e a gestire le ansie; imparano cosa vuol dire fare degli errori;
imparano a gestire le ambivalenze verso una creatura che si ama oltre
ogni altra cosa al mondo, ma verso la quale, quando non ci fa
dormire, quando ci perseguita coi suoi bisogni, quando c'inchioda alle nostre
responsabilità, si provano anche sentimenti contrastanti.
Nel
corso della vita familiare, uno
dei principali motivi di frizione tra i coniugi-genitori è l'educazione
del figlio. Su questo terreno delle differenti visioni educative
convergono facilmente precedenti contrasti della coppia relativi al
confronto/scontro tra le rispettive culture familiari.
I
modelli educativi differenti diventano dunque l'estensione del conflitto
già esistente tra i coniugi.
Non
si tratta di enfatizzare un'ideale e supposta identità di vedute tra i
genitori, spesso frutto di una sorta di ragion di stato familiare
ottenuta a scapito della personalità di un coniuge, o a scapito di una
sana ed esplicita dialettica interna tra i coniugi, ma si tratta di
comprendere che un accordo minimo su pochi ed inossidabili principi
comuni e basilari è una condizione preliminare per un figlio che
necessita di orientamento.
I
figli, inoltre, sanno da sempre di essere il collante della
famiglia, ed esercitano questa funzione in ogni modo.
In
alcune situazioni problematiche accade a volte che il figlio diventi suo
malgrado il crocevia, non solo di semplici malumori e o di tensioni di
coppia (fatto questo inevitabile), ma anche di tentativi di uno o
entrambi i genitori di tirarlo per la giacchetta. Laddove un
genitore si sente solo ed incompreso può pensare di rivolgersi al
figlio come ad un confidente privilegiato per le diverse
lamentazioni comprese quelle relative al coniuge, o per ammansirlo e
sedurlo con un patto di alleanza e di lealtà nel quale l'altro è
escluso. A volte, quando ci sono più figli, queste alleanze diventano
schieramenti frontali che trasmettono le spaccature coniugali anche al
livello della relazione tra fratelli schierati inconsciamente con uno o
con l'altro genitore.
Questa
condizione può determinare il posizionamento del figlio nel ruolo
scomodissimo di ago della bilancia, dunque in una posizione di
strapotere indebito in famiglia (che diventa prestissimo un boomerang
per lo stesso figlio), ma anche in una posizione di inconsistenza ed
inutilità assoluta nel momento in cui egli si rende conto che il vero
oggetto del contendere è la relazione di coppia.
Conseguenze
ancora più preoccupanti per la salute mentale del figlio avvengono
quando questa dinamica di mediazione impropria tra i genitori nella
quale si ritrova un figlio si risolve col suo reclutamento in una
pseudo-relazione esclusiva e paritaria nella quale viene annullata la
differenza generazionale. Ogni forma di negazione del gap generazionale
è veleno per la mente.
Quando
si parla di modelli educativi, è inevitabile fare riferimento a quelli,
molto differenti, che ci hanno preceduto.
Le
nuove generazioni di genitori si sono contraddistinte come
particolarmente discontinue rispetto alle precedenti in merito ai
modelli educativi. Hanno
legittimamente messo in crisi modalità e simbologie a volte rigide e
repressive del passato, ordini istituiti formalistici, ruoli svuotati di
spessore, e si sono spesso proposte come più consapevoli, innovative e
alternative.
Una
frase che si sente ripetere oramai da alcuni decenni è: <<non commetterò con i miei
figli gli errori che i miei genitori hanno commesso con me>>,
e si pensa, quando si dice questo, alle privazioni, ai sacrifici, a
volte alle vessazioni subiti durante l'infanzia in nome di una
mentalità educativa austera ritenuta oramai superata e dannosa.
In
questa nuova ottica il bambino è stato investito massicciamente di
speranze e aspettative trasformative come mai era successo in passato:
in nessuna epoca come la nostra l'infanzia è diventata centrale e il
bambino è diventato portatore di diritti sociali, di attenzioni
affettive e morali, finalmente si riconosce al bambino la sua
personalità, la sua mente, il suo essere "soggetto" ed il suo
diritto a stare al mondo per quello che è.
Ma
in questa stessa epoca nella quale essere coniugi e genitori è
diventato, come detto, complicatissimo, anche essere bambini sotto la
lente d'ingrandimento di genitori ansiosi di riscatto e timorosi di
sbagliare è diventato ugualmente difficile. Ci si può sentire come
degli "oggetti da cristalleria", preziosi quanto si vuole, ma
"oggetti" appunto, per di più fragili come il cristallo.
Non
a caso questa è anche l'epoca dei bambini-operai, dei bambini-soldato,
dei bambini maltrattati e trascurati, dei pedofili ad ogni angolo,
soprattutto in casa.
Insomma,
come ci spieghiamo che l'epoca che "scopre" e valorizza
l'infanzia è anche l'epoca che la maltratta di più? Come ci spieghiamo
questo doppio registro culturale così contraddittorio? Strana
coincidenza. La risposta a questa domanda richiede un'analisi complessa
che qui non c'è lo spazio per sviluppare. Mi limito a dire che tutto
farebbe pensare a quello che molto semplicemente si chiama "cattiva
coscienza".
La
"cattiva coscienza" è quella delle culture sociopolitiche
prevalenti che non riescono in alcun modo ad ottemperare ai bisogni di
bambini e famiglie, evidentemente troppo in contrasto con le loro reali missions.

L'esercizio
al racconto in famiglia:
storie
difficili e storie che curano
Una
caratteristica piuttosto comune, riscontrata in molte famiglie
contemporanee, è la disabitudine al racconto: una sorta di veto alla
trasmissione di storie e "miti" familiari, ma anche
un'astensione più generale al dialogo tra le generazioni.
La tradizione
orale, che da sempre ha contraddistinto la nostra specie
rappresentandone in qualche modo anche la sua fortuna, è stata
recentemente soppiantata da altri dispositivi narrativi più
impersonali.
Sembra
proprio che oggi non venga affatto valutata correttamente l'importanza della
trasmissione di storie familiari, scambiata facilmente con lo sterile e
noioso esercizio di retorica e reiterazione istituzionale,
contraddistinto da valenze inautentiche e moralistiche, dunque
immediatamente stigmatizzato dalle nuove generazioni. Ma non è certo a questo tipo di racconto, del tutto
inutile, a cui ovviamente alludo qui, ma a quello che trasmette materiale
psichico immediatamente utilizzabile, quello che infonde sicurezza e
fornisce strumenti operativi alle generazioni successive.
Questa
notazione assume una sua specificità se
pensiamo che nelle storie delle famiglie è possibile rintracciare non
solo le criticità, ma anche le risorse vitali e terapeutiche.
La
prospettiva che qui viene proposta è quella che parte dal considerare
la famiglia e l'individuo di cui fa parte, come il punto di arrivo di
una lunghissima storia di cui nessun membro della famiglia è pienamente
consapevole e portatore, ma a volte soltanto “esecutore”.
L'individuo
appartenente all'ultima generazione è dunque l’ultimo capitolo di una
trama transgenerazionale che gli appare spesso oscura o sconosciuta.
Partendo da questa apparente impossibilità di visualizzazione da
parte dei membri della famiglia delle vicende e delle connessioni
storiche, è però possibile avere accesso al mondo familiare come se si
entrasse in un territorio inesplorato: basta semplicemente cominciare a
raccontare! Ed imparare ad ascoltare.
Se
prendiamo in considerazione le situazioni più problematiche, risulta a
volte che le storie familiari, che giungono fino alle ultime
generazioni, quando riescono ad essere finalmente raccontabili, sono
quasi sempre storie che ad un certo punto s’interrompono, o meglio
ancora, sono storie che s’impantanano in territori di non-senso,
conducendo l'individuo a frenare, anche bruscamente, il proprio percorso
maturativo e a bloccare ogni compito evolutivo personale e sociale.
A
volte la persona si isola, si chiude in casa, disimpara a lavorare, a
studiare, a frequentare gli amici, a contattare i partners, ad
interessarsi di aspetti creativi: entra in una circolarità
“viziosa” nella quale esiste solo il disagio o certi sintomi, ultime
vestigia di una comunicatività divenuta impossibile, residui tossici
privi di significato, quasi come se alcune parti della mente fossero
morte o danneggiate.
Ciò
che sembra avvenire è che l'individuo e, molto spesso, la sua famiglia
non sono più in grado di leggere la realtà ed interagire con essa,
come se la storia di cui sono portatori non consentisse di procedere
oltre: qualcuno si ferma ai compiti adolescenziali fermandosi sul bordo
della vita adulta o molto prima (studi, servizio militare, primi compiti
sociali, lavoro, affetti, sessualità); qualcuno sembra andare oltre:
sostiene i primi esami universitari, o si laurea, o si sposa, mette su
famiglia, lavora più o meno stabilmente, ma all’improvviso sembra non
riuscire più a sostenere i propri compiti.
Queste
storie familiari, inoltre, contengono sempre dei traumi antichi o
recenti: lutti, separazioni, trasferimenti, fallimenti economici,
tradimenti, eventi incomprensibili e improvvisi, tentativi emancipativi
andati a vuoto, frustrazioni, conflitti, castrazioni, umiliazioni, vergogne non
metabolizzate.
L’aspetto
che invariabilmente, in tutte queste storie, è evidente agli occhi di
un osservatore o di un terapeuta è che ciò che appare incrinato e
compromesso è proprio il passaggio dell’individuo tra il mondo
familiare e quello extrafamiliare-sociale, un passaggio - un ponte crollato - che non
consente più gli attraversamenti che in precedenza sembravano più
agevoli tra i due mondi. L'individuo “cade” o “recede”
all’interno di una monoappartenenza che coincide con la propria storia
familiare divenuta però una sorta di "storiellina"
semplificata, insufficiente nel raccontare il mondo o parti
essenziali di esso. L’individuo (e la sua famiglia) non maneggiano più
i codici socio-culturali e si vedono costretti a raccontare una storia
molto riduttiva di se stessi e della realtà circostante
Le
ultime generazioni, dal canto loro, tentano di raccontarsi un’altra
storia, la propria storia, una storia che disperatamente tenti di
conciliare l'appartenenza alla propria pesante tradizione familiare ed i propri desideri emancipativi al di fuori del mondo familiare. Ma
questo tentativo può segnare l’inizio del disagio allorché la capacità
di comprensione e auto-terapeutica dell’individuo risulti carente o impossibilitata a svolgersi.
Ma
se la possibilità di raccontare/si le vicende critiche e contraddittorie
può già condurre ad un certo sblocco e ad una maggiore consapevolezza, occorre dire che ogni
famiglia possiede per fortuna ben altro catalogo di storie
paradigmatiche, strategiche e positive, che ugualmente continuano ad
essere generalmente taciute e celate alle generazioni successive.
Come mai?
Semplicemente
si è perduto il senso profondo dell'utilità di questo dispositivo
umano. Occorre dunque provare a recuperarlo.
