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PREMESSA
SU NORMALITA' E PATOLOGIA NEI BAMBINI |
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(…)Riferire la normalità ad un modello, a un'utopia, è instaurare
ipso facto un sistema di valori, una normalità ideale, forse quella che sognano
i politici, gli amministratori o i genitori e gli insegnanti per i loro bambini.
Se questo ideale è definito dal gruppo sociale, si confonde di nuovo con la
normalità statistica.
Se questo ideale è un sistema di valore personale
(ideale dell'Io), ancora una volta bisogna vedere come funziona (…).
È chiaro, non esiste definizione semplice e soddisfacente della normalità;
ogni quadro di riferimento scelto offre delle eccezioni in cui si insinua il
patologico. In realtà normalità e patologia sono tanto dipendenti l'una dall’altra >>. (J. De
Ajuriaguerra, D. Marcelli : « Psicopatologia del bambino »).
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QUANDO
INCONTRARE LO PSICOTERAPEUTA INFANTILE? |
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Quando ci interroghiamo sul comportamento nostro e dell’altro, sia esso un coetaneo, sia esso il nostro vicino di lavoro, sia
soprattutto nostro figlio o figlia, è necessario riflettere su coppie
di parole che sembrano a tutti noi come antitetiche:
normalità-anormalità, salute-malattia.
<<Confondere normalità e salute opponendovi anormalità e
malattia rappresenta evidentemente una posizione statica che non
corrisponde più alla dimensione dinamica della maggioranza delle
malattie(…). In psichiatria come in psicologia bisogna anche tener
conto della pressione culturale: si rischia allora di considerare
anormale ogni condotta che devii dalla media. |
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Quando
il piccolo paziente viene condotto dallo psicologo o psichiatra
infantile egli non chiede proprio nulla, sono gli altri, in genere i
genitori, a domandarsi sui suoi comportamenti spesso ritenuti non
adeguati.
È qui che ci dobbiamo domandare cosa il genitore e
il professionista a cui egli si rivolge debbano valutare. Allo psicologo
o psichiatra <<si chiede di far sparire una condotta giudicata non
adeguata per la famiglia, la scuola, i vicini o l'assistente sociale in
base a criteri puramente esterni ed adattativi>>.
Ma non sono
questi gli unici criteri validi per un esame della salute psichica del
bambino.
Ciò che va considerato è, tra le altre cose, la
capacità individuale del piccolo paziente di relazionarsi con l’altro,
di simbolizzare, di tollerare la frustrazione, di gestire i conflitti,
sempre relativamente alla sua età.
La valutazione perciò non
può ispirarsi soltanto a criteri di “normalità”, intesa come
condotta “normale”, ma deve potersi riferire ad un’ipotesi di
sviluppo e crescita del singolo bambino, in quanto unica e irripetibile
individualità, e non del bambino idealizzato dagli adulti.
Le prime settimane di vita del bambino sono caratterizzate dalla ricerca
continua e incessante per ristabilire un equilibrio che si è rotto con
la nascita. Durante la vita intrauterina egli non conosceva che il
benessere senza limitazione alcuna. Il "bisogno" non si
manifestava perché non esisteva attesa per il soddisfacimento della
fame, non sperimentava fatica perché viveva in una meravigliosa assenza
di peso, non desiderava il sonno perché non si era ancora stabilito un
ciclo di veglia - sonno così come lo conosce l'adulto. Possiamo dire
con una metafora che il bambino nella vita intrauterina, conosceva
"una prevalenza dell'ordine della notte, che
assumiamo come metafora del benessere"
(M. Bertolini - G. Geitingler - A. G. Cazzullo - Normalità salute e malattia
nel bambino - Ed. Tempo Medico '78)
in cui tutto avveniva attraverso meccanismi autonomi indipendenti dal
bambino stesso nel quale egli aveva l'indispensabile compito di vivere
per avere ciò di cui necessitava. L'ordine della notte si estende ben
oltre le 36 settimane di gestazione, sostituito sempre più
frequentemente dopo la nascita "dall'ordine del giorno, che assumiamo come metafora della felicità, cioè di
una modalità di relazione attiva, consapevole, elastica" del bambino con l'altro, con il mondo
diverso da se e con se stesso. |
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l'ordine
della felicità |
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Nell'ordine
della felicità, ordine del giorno, il bambino incontra l'ostacolo, lo riesce a
superare affrontando la frustrazione, subisce la fame e riesce a soddisfarla,
sperimenta la solitudine, scoprendo l'assenza e la presenza che la colma.
Scopre che il suo intervento modifica ciò che lo circonda e che il suo stato
d'animo cambia con esso.
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In
questo modo egli sperimenta come soddisfare per un tempo limitato la fame con
un dito in bocca, atto posto in essere da un pensiero, atto di pensiero che
prefigura la ricerca scientifica in ogni campo. E' quel gesto che segna per l'occhio adulto l'inizio di un pensiero
strategico: si colma una mancanza interna con un movimento, con il contatto
della cavità orale con la pelle di un dito; la mente di un bambino impara a
ritardare il bisogno immediato del cibo e comincia a costruire pensieri che si
sostituiscono alla fame biologica.
Se
il bambino o l'uomo potessero raggiungere la felicità, essi non avrebbero altro
da fare su questa terra; ponendola invece come un orizzonte verso cui tendere,
essa richiede costantemente di essere pensata, progettata, vissuta per favorire
un attimo dopo un nuovo percorso. Possiamo immaginare così il compito della
crescita dell'uomo fin da quando appare sul pianeta terra: immaginare nuovi
orizzonti per il sapere che originano sempre dalla stessa domanda: trovare la
felicità.
Possiamo dire che ogni fase di crescita
richiede all'individuo il sopportare conflitti. I conflitti sono fonte di
scoperte e ricompense per la fatica che ciascuno deve impiegare
nell'affrontarli e allo stesso tempo sono innegabili fonti di sofferenza.
Il lattante che affronta per la prima
volta il sapore salato o altro sapore da quello dolce del latte materno, è
esposto a una moltitudine di sentimenti contrastanti. Mentre la fame e la
fiducia riposta verso la figura materna lo invitano ad assaporare quello che
gli viene offerto, il gusto comunica alla sua mente una novità che può apparire
sgradevole e che in termini di pensiero si può trasformare in un'immagine
fastidiosa che va allontanata. Un semplice cucchiaino di brodo vegetale può
essere una prima esperienza di conflitto e disagio.
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IL PIACERE DEL SALE DELLA VITA
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E' allora che l'adulto che convive il
progetto di felicità del bambino può chiedersi se ha ancora parole che
distolgano dalla stasi il bambino a lui affidato. L'adulto che non riesce a
trovare altro che domande sempre uguali e che non trovano possibilità di essere
riformulate, è un adulto che in quel momento ha visto il proprio bambino
fermarsi nel cammino verso il suo individuale progetto di crescita. E' con la cura di quelle domande che non
riescono a trovare risposte che l'adulto può intraprendere un primo percorso
perché il suo progetto di far crescere un bambino sano, coincida con la
crescita sana di quel bambino. La cura passa attraverso una domanda di
comprensione rivolta a un altro, un uomo o una donna che hanno allenato il
proprio ascolto alle parole che si sono nascoste dietro le domande. La legge
italiana definisce psicologo e psicoterapeuta colui o colei che può svolgere
tale delicato compito. L'equipe di "Nuovi Percorsi" ha una formazione
psicoanalitica e gruppoanalitica che porta ogni professionista a
"vedere attraverso l'udito" affinché anche la domanda meno visibile
possa col tempo essere tradotta in parola. La parola che il bambino stesso cerca nella relazione con lo psicoterapeuta a cui l'adulto lo
affida favorirà la ricerca di nuove modalità affettive, relazionali,
comportamentali con gli altri. Anche l'aspetto cognitivo del bambino non può
che risentirne favorevolmente: una maggiore stima di sé, un minore bagaglio di
sentimenti di frustrazione, una maggiore fiducia verso l'adulto, liberano la
curiosità, l'attenzione e la creatività a favore di interesse verso il sapere.
A
compimento di questo processo bambino e adulto riprenderanno il loro cammino
verso l'orizzonte che avranno potuto rappresentare come loro originale
progetto di felicità. |
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