Alberto Alberti -“Insegnare con la poesia"  – ed Anicia

PRESENTAZIONE LETTA IL 14 APRILE 2005 NELLA SCUOLA U. BARTOLOMEI 
 63° CIRCOLO DIDATTICO DI ROMA

Premessa

Mi sono chiesto in questi giorni perché Alberto Alberti abbia deciso di consegnare alla stampa, all’Anicia solo ora le pagine di poesia che lui tagliava, univa, comunque modificava per condividere pensieri, auguri, sentimenti gai e tristi che , come tanti altri, ho ricevuto nel corso degli anni? La domanda ha accompagnato la lettura del suo libro e spesso, spenta la luce, i poeti e i suoi consigli hanno portato riflessioni lievi e immagini on

 

Cap. 1  Differenza tra sentire e ascoltare

 “Non c’è peggior sordo che non vuole sentire” lo dico ai miei alunni che sono interessati a altro da quel che comunico loro; lo potrebbero dire tra di loro i nostri amministratori della res publica quando devono affrontare la faticosa attività del “mettersi d’accordo” affrontando momenti di dura conversazione con l’altro; lo pensiamo noi quando rimaniamo passivi davanti alla televisione assistendo a dibattiti dove i nostri avversari non vogliono sentir ragione delle nostre idee incarnate da un nostro rappresentante. Sentire è parente prossimo dell’ascoltare ma in sé questo verbo ha la caratteristica di essere privato di qualche altro attributo che porta con sé solo il verbo ascoltare. Non dico infatti “ho sentito della musica”, “sono andato all’Auditorium a sentire musica” ma affermo “ho ascoltato proprio un bel concerto”, “l’ho ascoltato con il cuore”, “all’Auditorium la musica si ascolta come da nessun altra parte”. Al tempo stesso affermiamo con asprezza che “tu non mi vuoi proprio ascoltare!”, quando l’alterco assume i colori di una questione amorosa o fortemente connotata di affettività” Ma allora che cosa ci propone il linguaggio distinguendo tra il sentire e l’ascoltare?

“In verità il processo del sentire investe un'attività ben più complessa ed importante per l'uomo poiché l'orecchio è in grado, non solo di tenerci in equilibrio attraverso il vestibolo e di metterci in contatto col mondo, ma anche di operare delle selezioni qualitative oltre che quantitative all'interno del mondo dei suoni con il nervo cocleare. Questo tipo di selezioni sono operate fin dal principio della Vita: si pensi che al quinto mese di vita l'organo uditivo è già formato nel feto. La Vita possiede, già prima della nascita, tutto l'occorrente per funzionare correttamente a più livelli. È come se ognuno di noi avesse avuto fretta di mettersi in contatto qualitativo con il suono, ancor prima di mettere in moto gli altri sensi e, in particolar modo, ancor prima della formazione di un sé psichico auto-cosciente. L'orecchio ha un'ontogenesi significativamente rapida che fa supporre una strategia evolutiva più profonda di quella che lo vede un mezzo biologico per ottenere un fine psichico di elaborazione mentale. Il corpo in sé, o meglio, il sé del corpo, ha una sua intrinseca sapienza in materia di musica e questo risulta ancor più chiaro se consideriamo anche che il nostro organo uditivo è anche il frutto di un millenario percorso evolutivo. Esso ha cioè una sua filogenesi, ovvero, un Sapere che si è progressivamente raffinato e tramandato nel corso di un lungo processo adattivo.”[1]

Non stanco di citare altri lascio affermare il  Piccolo Principe che :“Non si vede bene  che con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”[2]

L’orecchio del nascituro, di ogni  piccolo Principe in galleggiamento nell’utero materno già sente. Ma possiamo dire che ascolta?
Qui le scienze si dividono. Alcune più fortemente legate all’idea epistemologica della nascita precoce dell’individuo affermano che essendoci una forma di coscienza fin dal quinto mese di vita umana, il feto si pone in ascolto della voce materna e paterna, oltre che dei suoni corporei.

 

Cap. 2 Relazione madre - bambino

Le scienze cosiddette esatte, quelle fondate su ipotesi forti, affermano l’esistenza di una coscienza più tarda, e pertanto di una più lunga dicotomia tra il sentire e l’ascoltare. “Carlo Sini (...) afferma che il bambino percepisce già nel ventre materno il battito cardiaco del cuore della madre e ne fa, diciamo, esperienza. Ad un certo punto, sostiene il filosofo, il bambino, prima confuso con la madre, attraverso i tracciati cerebrali mostra di percepire il ritmo del cuore materno, il suo pulsare. Egli sente una differenza, un'alternanza, in una parola un ritmo, e tutto ciò a partire dal “due”. Secondo Sini l'esperienza del ritmo non può avvenire al primo battito, ma solo nel momento del suo riconoscimento, dunque non prima del secondo: ...l'esperienza si può mettere in moto solo con un secondo, non con un primo. È solo nel momento in cui avverto il toc che comincio a esperire che la traccia è tracciata; ma lo avverto, appunto, come il secondo di un altro; lo avverto nel momento in cui dico: eccolo il toc! Senti come batte bene il cuore della mamma. L'esperienza del mondo inizia, quindi, non quando si percepisce una cosa ma piuttosto quando si esperisce la distinzione vita/non-vita. Il tempo stesso che noi scandiamo con l'orologio scaturisce dall'iniziale imprinting del ritmo cardiaco. Il bambino già a partire, per così dire, dal secondo battito sente il battere/levare del cuore, la presenza/assenza del battito; si prepara a strutturare quell'esperienza percettivo-motoria che lo porterà a relazionarsi con l'ambiente cioè a formare il proprio sé della mente (sé psichico).”[3]

Francoise Doltò, pediatra e psicoanalista francese, spende tanta parte della sua vita professionale per parlare a grandi e piccoli dell’essere loro, noi, soggetti di parola. E’ attraverso la parola che il Piccolo principe, bambino prima confuso nel corpo materno e poi improvvisamente separato dalla sua rosa, solo sul nostro pianeta, costruisce il se del proprio corpo, corpo spesso invisibile agli occhi ma non al sentire del cuore.

Le parole gli fanno sentire il calore del corpo materno perduto, attraverso le immagini del sole, del giallo, del fiore che sboccia, gli permettono di resistere alla tristezza della solitudine o al morso della fame, attraverso le parole che raccontano di viaggi perigliosi che approdano a porti accoglienti.

“I due adulti che parlano del bambino e soprattutto che parlano al bambino provocano l'avvento della sua dignità di soggetto: egli è differente da entrambi, ma è attirato alterna­tivamente dall'uno e dall'altra e, nelle loro relazioni, si iden­tifica con loro. Un giorno, verso i due anni e mezzo, il bam­bino scoprirà per la prima volta che è impossibile voler rassomigliare a tutti e due insieme.
All'inizio, le cose vanno immaginate così: il bambino con­fuso con la madre. Egli esiste quando lei è con lui; quando lei non c'è, non sa più chi è, e si aggrappa ai ricordi che ha di lei, ai suoni che ha lasciato, alle cose che ha toccato e che so­no restate parte della madre. Questo gli dà la sicurezza di esistere, perché lei gli è presente sotto questi aspetti. Poi, più si va avanti, meglio sopporta la separazione da lei grazie ai ricordi sonori, visivi, tattili, ma anche simbolici, rappresen­tati dalle parole e dai segni che gli ha trasmesso. Allora, gli si rivela l'alterità.” [4]

 

Cap. 3 Il pensiero amodale

Io bambino, Piccolo Principe, ho necessità di avere un pilota in panne nel deserto che sia disposto a ascoltarmi e che per necessità e poi per desiderio condivida con me speranze ma anche ricordi e paure. Un giorno andrò da un maestro e se la fortuna mi sarà benevola, scoprirò il perché ho desiderato mettermi in viaggio, se invece non ce la farò del tutto, forse avrò bisogno anche della psicoanalisi. Intanto io piccolo principe vado anche da una Volpe per imparare cos’é l’addomesticamento e cosa rappresenti il sentire la mancanza, poterla pensare attraverso il ritmo delle giornate, il colore del campo di grano.

 “È sempre più chiaro che, sin dalle fasi più precoci, la vita è estremamente ricettiva e sensibile alle caratteristiche dell'ambiente. “sembra (...) che i bambini possiedano una capacità generale innata, che possiamo chiamare percezione amodale, di ricevere l'informazione in una modalità sensoriale e tradurla in qualche modo in un'altra modalità sensoriale. Come lo facciano, non sappiamo. Probabilmente l'informazione non viene recepita in una particolare modalità sensoriale, ma trascende la modalità o il canale e si presenta in qualche sconosciuta forma sopramodale. Non si tratta dunque di un semplice problema di traduzione da una modalità all'altra. È più probabile che si tratti di una codificazione in una rappresentazione amodale tuttora misteriosa, che può essere poi riconosciuta in ciascuna modalità sensoriale. I bambini sembrano sperimentare il mondo come un'unità percettuale, in cui sono in grado di percepire in ogni modalità sensoriale le qualità amodali di ogni forma di comportamento umano espressivo; sono capaci di rappresentare astrattamente queste qualità e poi di trasferirle in altre modalità” [5]  

 

cap. 4  La poesia e la musica.

Come possiamo allora dialogare con quel bambino che si trova a trasferire un’esperienza sensoriale in un’altra, seguendo la fitta rete di connessioni neuronali che sono invisibili ai nostri occhi? Come fare per alimentare l’organizzazione del pensiero nel bambino affinché egli abbia fiducia nella possibilità di riconoscere attraverso un deja-vu,  un resto antico delle prime memorie esperite nella relazione di attaccamento.

Parlando con un ricercatore di matematica della sua ricerca, egli mi ha descritto il suo pensare come  il vedere forme. Le sue formule scritte nascono da forme visive. Il suo tempo lavoro è occupato da cercare con gli occhi della mente. Quando lo psicoterapeuta è alle prese con l’ascolto del sogno dell’altro, accade che intraveda un particolare che l’altro ha trascurato nel racconto. Spesso basta far notare la trascurabile dimenticanza che il narratore afferma: “in effetti c’era...” e il racconto prosegue con una descrizione di un qualcosa che pur essendo stato visto, era stato trascurato, cancellato temporaneamente. Il percorso di conoscenza si sviluppa  attraverso continui riconoscimenti che ci permettono di sviluppare ciò che prima era stato messo da parte. Solo ad un certo punto del suo viaggio il Piccolo Principe scopre che la sua rosa, la sua piccola rosa è per lui l’unica rosa che veramente abbia un valore. Ma lo fa a centinaia di migliaia di anni luce dalla sua rosa. Solo a quella distanza egli  può rappresentare la relazione con quel petulante fiore come una relazione unica e insostituibile.  

 

Cap.5 - Poetare per partecipare

Come il matematico di qualche parola sopra, anche il poeta vede immagini, ascolta ritmi, raccoglie suoni e traccia delle formule. Ma se quelle strutture linguistiche non fossero ascoltate, tramandate, quel lavoro andrebbe dimenticato o peggio non conosciuto.

Posso io educatore non cercare forme di comunicazione che contribuiscano a alimentare la creatività della persona e contribuire alla capacità soggettiva di indagare il reale?

Alberto ci sollecita a considerare la poesia strumento di ricerca: attingendo al pensiero amodale del poeta, l’allievo sperimenterà il proprio sempre diverso da quello dell’altro. Io e te non abbiamo le stesse esperienze a partire dal fatto che abbiamo avuto esperienze intrauterine diverse; a partire dalla considerazione che siamo originati da desideri diversi, che per nascere abbiamo dovuto differenziarci dall’Altro a partire da un “toc” che ha posto la differenza tra vita e morte. Anche se abbiamo avuto la stessa madre, io e te, tu gemello a me, non possiamo che aver ascoltato il battito cardiaco della mamma da  punti differenti della utero materno. Allora se io e te ascoltiamo gli stessi versi, non possiamo che ricavarne immagini, concetti, riflessioni diverse, parole che formano il linguaggio e il poterci incontrare come diversi ma dipendenti gli uni dagli altri.

La rosa del Piccolo Principe è lassù, sola, diversa da tutte le altre ma pur sempre rosa e la Volpe può distinguere il cacciatore dall’uomo che la incontra per scoprire come vivere nello stesso ambiente in modo diverso.

Cap. 6 – Conclusione : scambiare poesia per essere comunità

Come posso raccontare a te piccolo extraterrestre la mia infanzia, le mie paure, le mie scoperte se non cerco anch’io di disegnare la pecora che potrebbe mangiare il tuo fiore?
Se disegno, scrivo, gioco con le parole, lascio andare le mie orecchie al suono dei poeti che mi accompagnano nella virgola temporale che occupo nell’universo, lascio che mille esperienze di galleggiamento intrauterino, mille e uno modi di travasare il toc originario nelle altre modalità sensoriali si incontrino, si scontrino, ma non si ignorino.
Nell’ignoranza, nella negazione nasce l’odio e la sopraffazione e lo straniero è da annientare perché incarna facilmente le forme più inquietanti della nostra mente quando è privata della parola.

Anche io pilota in panne nel bel mezzo del deserto non so chi tu sia Piccolo straniero e mi irriti, mi disturbi con i tuoi ridicoli problemi di rose e pecore, quando io rischio di morire di sete se non risolvo il guasto al mio potente aereo.
Ma se mi lascio andare alle note della storia di un uomo che se l’è sentita di attraversare la penisola a bordo della poesia, io e te ci potremo riconoscere sulle pagine del suo libro “Insegnare con la poesia” e continueremo a lavorare, a sognare con lui per un paese in cui viva una pedagogia dei valori:”Una viva, ricca, articolata e pensosa pedagogia dei valori”.

Buona lettura a tutti.
Nicola Basile


[1] SentireAscoltare - Capitolo 1 - Il suono e la Vita di Edoardo Bridda

[2] Saint-Exupery – Il piccolo principe – p.116 - Bompiani

[3] SentireAscoltare - Capitolo 1 - Il suono e la Vita di Edoardo Bridda

[4] F. Dolto’ - Il bambino e la città p.33–  – Mondadori 

[5] D. Stern - Il mondo interpersonale del bambino  – p. 66-67 - Boringhieri

 

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