Psicoterapia: accoglienza della domanda di ricerca del bambino, della bambina, dell’adolescente, dell’adulto, di Nicola Basile

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In un tempo in cui su queste pagine scrivevano soltanto i fondatori di questo studio, decidemmo di pubblicare alcune semplici righe sulla psicoterapia. Non vennero scritte per annunciare alcuna novità scientifica né per aprire un solenne dibattito, vennero pubblicate soltanto per dichiarare all’altro, alla donna, all’uomo, di ogni età che non usciva da qualcosa che lo turbava, come e dove poteva iniziare una propria ricerca per dare un nome a quel che non l’aveva.

opera di Alessandro Broccoletti – www.iskandart.it

Oggi riedito quelle pagine,  rimaste a lungo al bordo del piccolo spazio immateriale dello Studio Nuovi Percorsi, interfaccia dello spazio fisico e d’incontro situato in via Pistoia 7 a Roma,   facendole apparire per la prima volta nelle sue pagine centrali.
Chi le scrisse allora, sei anni addietro, lavora ancora oggi come psicoterapeuta, come psicodrammatista analitico, come neuropsichiatra infantile avendo come riferimento la formazione analitica ma distinguendosi per stili e metodiche, dedicando parte importante della propria formazione, ricerca, e attività clinica a questi dispositivi, metodologie e campi di ricerca per la  cura della relazione dell’uomo con l’uomo.
Le diverse originalità non hanno impedito di riprendere quei testi, ancor oggi visibili sul bordo in alto delle pagine web come sempre, perché i circa 15 anni di vita del gruppo che opera sotto lo stesso nome del sito, è per noi ancora un simbolo importante della  esperienza di uomini e donne che hanno scelto di transitare nei nostri spazi di ricerca.
Mi piace iniziare questa antologia  proprio da quelle righe che ancor oggi non portano la firma dello scrittore, perché furono volutamente testo collettivo, letto fin qui  da alcune centinaia di lettori.

LA DOMANDA DI PSICOTERAPIA

“ La domanda di psicoterapia è oggi molto varia, anche in virtù della varietà delle risposte dei diversi metodi ed innumerevoli professionisti presenti. Essa si colloca nella più ampia domanda di benessere psicofisico esistente nella nostra dolente società e nel nostro faticoso stile di vita contemporaneo.
Un adulto che chiede un consulto ad uno psicologo lo può fare per moltissime ragioni: personali, familiari, sociali, e quasi mai ha le idee chiare su cosa e quanto c’è da fare.
La presenza di sintomi esplicitamente psicologici come l’ansia, gli attacchi di panico, la presenza di fobie, l’umore instabile, l’angoscia, la permanente tristezza depressiva o una vera e propria depressione, la presenza di pensieri negativi e persistenti, comportamenti inusuali, rabbia e aggressività, etc. aiutano a comprendere la natura squisitamente psichica ed esistenziale dei propri problemi.

Alessandro Broccoletti

Altre volte, il malessere si colloca esplicitamente in ambito relazionale: relazioni sentimentali ingarbugliate, problematiche della vita familiare, problemi della vita di coppia, problemi con i figli (o coi i genitori); oppure i frequentissimi problemi emotivi della vita lavorativa.
Anche in questo caso la natura relazionale del malessere fa subito pensare che l’aiuto di un professionista psicologo è senz’altro utile, se non indispensabile.

Più difficile discernere, invece, quando questi sintomi compaiono, diciamo così, sotto mentite spoglie in maniera indiretta e subdola, nelle loro varianti somatiche o colpendo alcuni aspetti specifici della propria vita, pensiamo a molti disturbi del sonno o ai malesseri fisici non riconducibili a causa organiche. Pensiamo a certi mal di testa, o di schiena, a certi disturbi della pelle, o del sistema immunitario, o del sistema cardiovascolare, o del sistema digerente (il classico colon irritabile, o le classiche gastriti, ad esempio).
Le classiche situazioni nelle quali i medici di base e specialisti fanno riferimento a “questioni nervose”, allo stress, ed a concetti simili. Oppure il sintomo psichico compare sotto forma di paura delle malattie che costringe l’individuo a continui ed inutili screening medici e ad abusi di farmaci.
In questi casi l’accesso al mentale e all’ausilio di uno psicologo arriva – quando arriva – purtroppo, solo alla fine di un lungo itinerario di tentativi e negazioni della natura psichica dei propri problemi.
Ma indipendentemente dalla specificità del sintomo psicologico (o della componente psichica del sintomo fisico), l’adulto che si reca dallo psicologo psicoterapeuta spesso è già riuscito, in qualche modo, ad auto-osservarsi in maniera più profonda nei propri pensieri e comportamenti.
Non è raro trovarsi davanti a una semplice constatazione: si è ripetuto un’altra volta lo stesso gesto.

Alessandro Broccoletti

Non è raro interrogare se stessi e chiedersi come mai si è operato scegliendo la medesima soluzione che non ci ha favorito, anzi ci ha danneggiato.
Non è raro scoprire che quel ripetersi di gesti e soluzioni appare come immotivato e quindi concludere che qualcosa sta ostacolando la propria libertà di scelta e in generale le buone scelte nella vita.
Coloro che osservano simili accadimenti non possono attribuire al caso tali eventi perché è facilmente dimostrabile che mentre essi accadevano qualcuno era lì e quel qualcuno è nientemeno il soggetto che si sente vittima di se stesso.
Quindi è abbastanza semplice affermare che ciò che ha giocato contro la propria libertà appartiene allo stesso soggetto, il quale è vittima di un gioco a lui avverso.

Queste brevi righe sono state pensate per coloro che si domandano se non sia il caso di rivolgersi alla psicoterapia e per indicare che quanto sta loro accadendo fa parte, in fondo, della normalità.
La psicoterapia serve infatti, oltre ad intervenire in tutti i casi prima citati relativi a diversi sintomi, a sciogliere le tante domande implicite che si possono leggere tra le righe di questo foglio grazie alla relazione con un professionista che si offre come specchio non deformante del proprio pensiero. Egli opera nella realtà del discorso che si struttura nelle ore di incontro settimanali e tra un incontro e l’altro, per dare visibilità di linguaggio a ciò che agisce ma è invisibile, cioè l’inconscio.
Nella verità di quegli incontri anche la bugia appare come un linguaggio del desiderio e la si riconosce come qualcosa che non è distruttiva né indispensabile. Nella continuità degli incontri settimanali, la dipendenza dalla relazione con il professionista mette in risalto le altre dipendenze, tossiche. In un tempo che non apparirà lunghissimo, si scioglieranno le relazione tossiche e anche la relazione con lo psicoterapeuta. Si potrà allora considerare la psicoterapia come un buon investimento economico per meglio far fruttare il proprio capitale umano.”

A. Broccoletti www.iskandart.it

Non stanchi di queste righe consegnammo sempre alla cornice del nostro sito un testo appena più altezzoso, grazie alle citazioni e ai riferimenti teorici che conteneva. Anche in questo caso non si aveva alcuna intenzione di annunciare verità mai dette né impegnare il mondo scientifico su scelte al confine tra la vita e la morte. Volevamo rivolgerci a quelle donne e uomini che un neonato aveva trasformato in padri e madri e che il caso li intrecciava con un non poter dire perché quel bambino non era felice. Così provammo a divulgare ciò che altri avevano scritto sulla “felicità” come orizzonte della direzione di cura nell’incontro tra un neuropsichiatra, uno psicoterapeuta e un bambino o una bambina. A tutt’oggi le centinaia di lettori dell’articolo precedente sono divenute per questo testo  circa un migliaio.

 

QUANDO INCONTRARE LO PSICOTERAPEUTA INFANTILE?

Premessa su normalita’ e patologia nei bambini

(…)”Riferire la normalità ad un modello, a un’utopia, è instaurare ipso facto un sistema di valori, una normalità ideale, forse quella che sognano i politici, gli amministratori o i genitori e gli insegnanti per i loro bambini. Se questo ideale è definito dal gruppo sociale, si confonde di nuovo con la normalità statistica. Se questo ideale è un sistema di valore personale (ideale dell’Io), ancora una volta bisogna vedere come funziona (…). È chiaro, non esiste definizione semplice e soddisfacente della normalità; ogni quadro di riferimento scelto offre delle eccezioni in cui si insinua il patologico. In realtà normalità e patologia sono tanto dipendenti l’una dall’altra.” (J. De Ajuriaguerra, D. Marcelli : « Psicopatologia del bambino »).

A. Broccoletti

Quando ci interroghiamo sul comportamento nostro e dell’altro, sia esso un coetaneo, sia esso il nostro vicino di lavoro, sia soprattutto nostro figlio o figlia, è necessario riflettere su coppie di parole che sembrano a tutti noi come antitetiche: normalità-anormalità, salute-malattia. Confondere normalità e salute opponendovi anormalità e malattia rappresenta evidentemente una posizione statica che non corrisponde più alla dimensione dinamica della maggioranza delle malattie(…). In psichiatria come in psicologia bisogna anche tener conto della pressione culturale: si rischia allora di considerare anormale ogni condotta che devii dalla media.

Quando incontrare lo psicoterapeuta infantile?

Quando il piccolo paziente viene condotto dallo psicologo o psichiatra infantile egli non chiede proprio nulla, sono gli altri, in genere i genitori, a domandarsi sui suoi comportamenti spesso ritenuti non adeguati. È qui che ci dobbiamo domandare cosa il genitore e il professionista a cui egli si rivolge debbano valutare. Allo psicologo o psichiatra “si chiede di far sparire una condotta giudicata non adeguata per la famiglia, la scuola, i vicini o l’assistente sociale in base a criteri puramente esterni ed adattativi”.

Ma non sono questi gli unici criteri validi per un esame della salute psichica del bambino. Ciò che va considerato è, tra le altre cose, la capacità individuale del piccolo paziente di relazionarsi con l’altro, di simbolizzare, di tollerare la frustrazione, di gestire i conflitti, sempre relativamente alla sua età.

La valutazione perciò non può ispirarsi soltanto a criteri di “normalità”, intesa come condotta “normale”, ma deve potersi riferire ad un’ipotesi di sviluppo e crescita del singolo bambino, in quanto unica e irripetibile individualità, e non del bambino idealizzato dagli adulti.

Le prime settimane di vita del bambino sono caratterizzate dalla ricerca continua e incessante per ristabilire un equilibrio che si è rotto con la nascita. Durante la vita intrauterina egli non conosceva che il benessere senza limitazione alcuna. Il “bisogno” non si manifestava perché non esisteva attesa per il soddisfacimento della fame, non sperimentava fatica perché viveva in una meravigliosa assenza di peso, non desiderava il sonno perché non si era ancora stabilito un ciclo di veglia – sonno così come lo conosce l’adulto. Possiamo dire con una metafora che il bambino nella vita intrauterina, conosceva “una prevalenza dell’ordine della notte, che assumiamo come metafora del benessere” (M. Bertolini – G. Geitingler – A. G. Cazzullo – Normalità salute e malattia nel bambino – Ed. Tempo Medico ’78) in cui tutto avveniva attraverso meccanismi autonomi indipendenti dal bambino stesso nel quale egli aveva l’indispensabile compito di vivere per avere ciò di cui necessitava. L’ordine della notte si estende ben oltre le 36 settimane di gestazione, sostituito sempre più frequentemente dopo la nascita “dall’ordine del giorno, che assumiamo come metafora della felicità, cioè di una modalità di relazione attiva, consapevole, elastica ” (idem) del bambino con l’altro, con il mondo diverso da se e con se stesso.

A. Broccoletti

Nell’ordine della felicità, ordine del giorno, il bambino incontra l’ostacolo, lo riesce a superare affrontando la frustrazione, subisce la fame e riesce a soddisfarla, sperimenta la solitudine, scoprendo l’assenza e la presenza che la colma. Scopre che il suo intervento modifica ciò che lo circonda e che il suo stato d’animo cambia con esso. In questo modo egli sperimenta come soddisfare per un tempo limitato la fame con un dito in bocca, atto posto in essere da un pensiero, atto di pensiero che prefigura la ricerca scientifica in ogni campo. E’ quel gesto che segna per l’occhio adulto l’inizio di un pensiero strategico: si colma una mancanza interna con un movimento, con il contatto della cavità orale con la pelle di un dito; la mente di un bambino impara a ritardare il bisogno immediato del cibo e comincia a costruire pensieri che si sostituiscono alla fame biologica. Se il bambino o l’uomo potessero raggiungere la felicità, essi non avrebbero altro da fare su questa terra; ponendola invece come un orizzonte verso cui tendere, essa richiede costantemente di essere pensata, progettata, vissuta per favorire un attimo dopo un nuovo percorso. Possiamo immaginare così il compito della crescita dell’uomo fin da quando appare sul pianeta terra: immaginare nuovi orizzonti per il sapere che originano sempre dalla stessa domanda: trovare la felicità. Possiamo dire che ogni fase di crescita richiede all’individuo il sopportare conflitti. I conflitti sono fonte di scoperte e ricompense per la fatica che ciascuno deve impiegare nell’affrontarli e allo stesso tempo sono innegabili fonti di sofferenza. Il lattante, che affronta per la prima volta il sapore salato o altro sapore da quello dolce del latte materno, è esposto a una moltitudine di sentimenti contrastanti. Mentre la fame e la fiducia riposta verso la figura materna lo invitano ad assaporare quello che gli viene offerto, il gusto comunica alla sua mente una novità che può apparire sgradevole e che in termini di pensiero si può trasformare in un’immagine fastidiosa che va allontanata. Un semplice cucchiaino di brodo vegetale può essere una prima esperienza di conflitto e disagio per trasformarsi poi in una ricerca gustosa.

A. Broccoletti

Il piacere del sale della vita

E’ allora che l’adulto che convive con il progetto di felicità del bambino può chiedersi se ha ancora parole che distolgano dalla stasi il bambino a lui affidato. L’adulto che non riesce a trovare altro che domande sempre uguali e che non trovano possibilità di essere riformulate, è un adulto che in quel momento ha visto il proprio bambino fermarsi nel cammino verso il suo individuale progetto di crescita. E’ con la cura di quelle domande che non riescono a trovare risposte che l’adulto può intraprendere un primo percorso perché il suo progetto di far crescere un bambino sano, coincida con la crescita sana di quel bambino. La cura passa attraverso una domanda di comprensione rivolta a un altro, un uomo o una donna che hanno allenato il proprio ascolto alle parole che si sono nascoste dietro le domande. La legge italiana definisce psicologo e psicoterapeuta colui o colei che può svolgere tale delicato compito. L’equipe di “Nuovi Percorsi” ha una formazione psicoanalitica e gruppoanalitica che porta ogni professionista a “vedere attraverso l’udito” affinché anche la domanda meno visibile possa col tempo essere tradotta in parola. La parola che il bambino stesso cerca nella relazione con lo psicoterapeuta a cui l’adulto lo affida favorirà la ricerca di nuove modalità affettive, relazionali, comportamentali con gli altri e cognitive verso il sapere.

Anche l’aspetto cognitivo del bambino non può che risentirne favorevolmente: una maggiore stima di sé, un minore bagaglio di sentimenti di frustrazione, una maggiore fiducia verso l’adulto, liberano la curiosità, l’attenzione e la creatività a favore di interesse verso il sapere. A compimento di questo processo bambino e adulto riprenderanno il loro cammino verso l’orizzonte che avranno potuto rappresentare come loro originale progetto di felicità.

Ecco dunque cosa scrivevamo su queste pagine immateriali dedicate a chi si rivolgeva a noi per avere un compagno o una compagna di strada per un percorso i cui paesaggi non erano previsti né prevedibili. A queste righe aggiungemmo la descrizione di altri dispositivi di ricerca e psicoterapia in gruppo e di gruppo.

Tra queste, circa dieci anni dopo la sua fondazione, nel 2008 e sempre sul bordo del sito, apparve una semplice pagina che voleva provocare interesse intorno lo Psicodramma Analitico. Nicola Basile, Mariarosaria Danza, a cui poi si è aggiunto Alessandro Paris, avevano e continuano ancor oggi a farlo, dedicando parte importante della propria formazione, ricerca, e attività clinica a questo dispositivo. Mi piace qui riportare quelle righe lette da oltre un migliaio e mezzo di lettori.

A. Broccoletti

LO PSICODRAMMA ANALITICO

Premessa

Che cos’è lo psicodramma e in particolare lo psicodramma analitico, teoria e tecnica di riferimento dell’associazione culturale Apeiron, sorta con l’intento di fare ricerca sulla psicoanalisi e aderente alla scuola di specializzazione della C.O.I.R.A.G.Lo psicodramma analitico ha origine negli anni ’60 grazie alla coppia di psicoanalisti francesi, di formazione lacaniana, Genie e Paul Lemoine che lo rielaborano a partire dall’invenzione dello  psicodramma moreniano ideato ai primi del XX secolo.
Si tratta di un’elaborazione in termini gruppali dell’impostazione freudiana del funzionamento della mente ed ha trovato ampia applicazione in ambito terapeutico e formativo.

L’invenzione dello psicodramma analitico

Non   vi  è certo  qui  lo   spazio   per   dare un’esauriente esposizione di quanto sullo psicodramma stato  scritto  e  elaborato.  Utile  però  mi   sembra riportare alcune indicazioni che Genie e Paul Lemoine scrivono  nel 1973 per i tipi della Feltrinelli  e  che cercherò di riportare molto brevemente.
I  Lemoine  affermano di “ritornare a Freud  e  di ricorrere a Lacan”. Matrice del lavoro psicodrammatico “è il gioco del rocchetto o del fort-da,  descritto  da Freud e le categorie “dell’immaginario, del  simbolico e  del  reale,  quali sono state  fissate  da  Lacan  e intuite da Freud”, categorie che  verranno  utilizzate  secondo un criterio proprio allo psicodramma.
“L’immaginario  consiste  nel darsi  un   oggetto assente”,  in  una  relazione segnata dall’alternanza della presenza – assenza rispetto al soggetto.
Quando  a questo   immaginario è   attribuibile  un  senso riconoscibile da più soggetti, ecco l’oggetto appartenere all’ordine del simbolico.
Lo   psicodramma   si  colloca  in   un   ”terreno totalmente immaginario”, perché è una rappresentazione rispetto  al  reale,  che  secondo  i  Lemoine, slitta inevitabilmente verso il vero: “di ciò che è, verso ciò che dev’essere”, in contrapposizione a ciò che  pensava invece Moreno.

A. Broccoletti

Il gioco drammatico

Nello  psicodramma  vi  si  rappresentano  come a teatro   scene   immaginate sia  perché‚ sono   avvenute  e  rivissute, sia future e proiettive”.
Nello  psicodramma i  Lemoine indicano di mettere “solo nella giusta  luce (…) due elementi:   la   conversazione   e  la rappresentazione”  e   considerano la seconda “essenziale”.  La  parte recitata viene  evidenziata  e valorizzata in quanto riproduce il modello  infantile che tutti conoscono: tu sarai il papà, io la mamma,  io il malato, tu il dottore, io il buon Dio, tu il diavolo cattivo, etc.
La rappresentazione, nei gruppi adulti,  riproduce il  modello infantile di pensiero e scene infantili  di gioco   anche  quando  l’immaginazione  infantile non saprebbe concepirli. “Anche  se  nelle   sedute   si rappresentano  scene che l’immaginazione infantile non saprebbe  concepire,  esse  (…) riproducono sempre schemi familiari”.

Le regole del setting

Nello  psicodramma ci sono alcune regole  di  base che  servono  ad evitare la “precipitazione”  verso  il reale:  si  utilizzano nomi di battesimo e  si ricerca l’astinenza dal contatto che viene rappresentato ma non attuato, questo al fine di realizzare un setting sempre spostato verso  l’immaginario.La fabulazione è considerata uno slittamento verso il reale mentre i sogni  sono da considerarsi “scene vissute”  e  possono venir rappresentati.
“Quello  che un partecipante dice  (e ciò vale  per qualsiasi  analizzato)  non  ha mai un “fine”  (e  al) terapeuta  non  interessa  ciò  cui  si  riferisce   il discorso del   paziente.   Suo compito   invece   è “punteggiare”  questo  discorso (l’espressione  è   di Lacan), seguendo un orientamento completamente  diverso dal senso che al discorso dà il soggetto stesso, e che va  nel  senso (…) della sua storia. Il  punto  viene posto  al  termine dell’ora e mezza” per  mezzo della restituzione ai pazienti del lavoro dell’osservazione.

A. Broccoletti

Come si dipana nel tempo?

Si svolge tramite incontri settimanali o mensili della durata variabile di un’ora e un quarto. Il gruppo è aperto ed è composto solitamente da un numero di persone che va da 7 a 20.
I conduttori del gruppo sono almeno due: vi è sempre uno con la funzione di animatore e gli altri hanno la funzione di osservatore. Il primo invita i membri del gruppo a prendere la parola, rispettando soltanto la regola analitica delle libere associazioni e propone a ciascuno di giocare, mettere in scena, drammatizzare, una parte del proprio discorso, quella ritenuta dal terapeuta più legata alla possibilità del soggetto di trovare nuovi significanti nel suo discorso. Per animare la scena viene richiesta anche la partecipazione di altri membri, quali interpreti delle varie parti assegnate dal protagonista stesso del gioco psicodrammatico. Al termine di ogni incontro l’osservatore silente restituisce a tutto il gruppo una narrazione. Attraverso questo strumento egli proporrà al gruppo i principali passaggi legati ai processi di messa in parola del materiale inconscio, emersi nel lavoro del gruppo, segnalando soprattutto i significanti che hanno circolato.

A chi è indirizzato lo psicodramma?

E’ rivolto a tutti i professionisti e operatori impegnati nella relazione dì cura sia essa medica, psicoterapeutica, riabilitativa. Lo psicologo, lo studente delle scuole di specializzazione, lo psicoterapeuta, il medico,  l’insegnante, l’operatore educativo e socio-sanitario può come persona aprire spiragli sul proprio inconscio, grazie alla libera associazione e al lapsus, individuando nuovi percorsi di ricerca professionali e personali verso un maggiore benessere di sé e dell’altro. “La  funzione rappresentativa consente al  bambino di  dominare  il  reale, e  da passivo,  di diventare attivo”.  (…)  Del pari, nello  psicodramma,  l’attore riesce, dapprima a ricordare, poi a interpretare,  cioè a rappresentare per se stesso e per gli spettatori,  un fatto passato che gli è divenuto subito chiaro”.
L’interpretazione  in questo processo non si  pone come verità né come conclusione di senso. Il lavoro del terapeuta  nello psicodramma rimane “in bilico  tra  il senso e la perdita di senso”, dando cosi la possibilità che si possa accedere a nuovi significanti. Per   concludere  questa  breve   introduzione   è importante riportare che i Lemoine pensano a un  gruppo in  cui “i terapeuti sono l’oggetto del transfert  e i membri il supporto delle loro identificazioni”.

A. Broccoletti

CONCLUSIONI SOLO TEMPORANEE

Dunque fino a qualche giorno addietro queste pagine e i loro redattori non erano alla ricerca di alcuna contrapposizione con altre teorie psicoterapeutiche o altri dispositivi di psicoterapia, semplicemente cercavano un linguaggio per dialogare con coloro che chiedono qualcosa alla psicoterapia, sia per interesse scientifico che per vivere la propria vita.
Allora come oggi ci domandavamo quali fossero le qualità che definiscono affidabile un approccio psicoterapeutico e quali siano gli elementi che lo distinguano da un approccio spontaneo alla cura dell’altro. Nell’approccio spontaneo ciò che porta al benessere è l’incontro con l’altro diverso da me,  la non ripetibilità dell’evento che si colloca nel ricordo con il correlato sentimento di nostalgia. Tale evento è non solo necessario che avvenga nella vita dell’uomo e della donna, come in quella del bambino, ma per l’appunto fa parte del diritto inviolabile al benessere di ciascun vivente, che se viene a mancare è uno dei motori che porta alla domanda di psicoterapia. Anche le nostre amiche piante hanno necessità di incontri “felici” perché la specie non decada e i nostri occhi e la nostra stessa vita non cessi con loro. I nostri amici animali hanno bisogno di incontri felici perché la biodiversità non ne soffra ma il loro incontro è legato al caso e alla rigidità imposta della riproduzione genetica della specie. Anche l’uomo è legato al caso dell’incontro ma tale caso non è di per sé curativo mentre è indispensabile che nella sua vita avvenga in forme diverse e  irripetibili che lo orientino a non diffidare dalla ricerca del nuovo e a prendere le distanze dal consumo come ripetizione di un bisogno indotto.

Quindi l’approccio spontaneo non può definirsi psicoterapeutico ma generatore di benessere di si nei migliori dei casi che non possono avere una frequenza troppo esigua pena la sofferenza personale. A tale sofferenza risponde secondo la legge dello Stato la psicoterapia. La psicoterapia, ordinata secondo la legge Ossicini n. 56 del 18.2.1989, non prevede altre forme di relazioni di cura della psiche se non quelle praticate da laureati in psicologia o medicina iscritti all’albo dei medici o degli psicologi e a quello degli psicoterapeuti. Per bella o brutta che sia questa legge è legge dello Stato, terzo tra due, ente appellabile e modificabile perché non di proprietà dell’individuo ma della collettività. Quindi se la legge necessita di essere rimodernata, lo si faccia ma prima è alla legge che noi cittadini dobbiamo rispondere. In proposito mi sembra assai utile leggere ciò che scrive in questi giorni Nicolò Piccinini sul suo blog http://www.psicologialavoro.it/articoli/tutela-professione-psicologo/interrogazione-parlamentare-binetti-abuso-professione-counselor/ che non solo condivido ma che è un indispensabile argine per evitare che una ricerca sofferente di un uomo, una donna, un bambino come una bambina, si trasformi in dipendenza tossica.

Con il piacere di potersi incontrare

                                                                                                                      Nicola Basile

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