Sulla mancanza ad essere e la direzione della cura

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Sulla mancanza ad essere e la direzione della cura
di Nicola Basile
Testo utilizzato nel seminario “monitoraggio dei tirocini” del 29 ottobre 2011 per gli allievi Coirag  Sipsa dei centri didattici Apeiron e Labor di Roma

” Le donne della Val Susa si danno da fare, sanno cucire ma anche tagliare”
(La Repubblica on line 23 ottobre 2011)

Poiché siamo qui riuniti, dobbiamo per forza immaginare che qualcosa manchi:
manca la comprensione dell’allievo al docente impegnato a tenere la lezione e per questo ha provato a prepararsi;
all’allievo manca di sapere cosa dirà il docente, egli è venuto per questo, non sa se otterrà la sua fetta di sapere e per tali nobili motivi è qui.
Non possiamo inoltre nasconderci che ad entrambi mancano molte altre cose ma al momento la famiglia, il fidanzato, i figli, li poniamo in un cono d’ombra per mancanza di framework sufficiente ad ospitarli.
Quindi limiterò il mio interesse alla zona di intersezione dell’insieme mancanza degli allievi e dei docenti.
Come possiamo definire tale zona?
Sarei tentato di provare un brainstorming ma la lezione si allontanerebbe dal suo obiettivo che è dare un feedback agli allievi sullo stato del loro tirocinio.
Quindi provo a definire io quella zona come mancanza, o più facilmente come spazio in cui possiamo cominciare a riconoscere il desiderio tra il  sottoscritto che non potrà tenere una lezione senza un allievo e un allievo che non potrà costruire la sua formazione senza esser mai ascoltato da un docente. E’ scontato osservare che tale relazione di dipendenza la troviamo in tutte le relazioni di cura a partire da quella fondamentale relazione primigenia che è la relazione della madre con il bambino e del bambino con la madre. Possiamo quindi facilmente intuire che lo spazio del desiderio si struttura senza appartenere mai ad uno e uno solo ma sempre ad uno in relazione all’altro, altro che lo costituisce e lo delimita rendendolo inoltre affascinante perché l’altro è sempre ignoto al conoscente. Provate a pensare quanto possa essere sconosciuta la madre all’infante e l’infante alla madre nei primi giorni dopo la nascita.
Sarete quindi in accordo con lo scrivente che senza di me e gli altri docenti oggi non ci sarebbe lezione o almeno questa lezione.
Converrete inoltre che io senza di voi non sarei un docente ma uno dei tanti passanti, con il naso rivolto alle bellezze di Roma, che in questo momento girano qui sotto.
Poiché io e voi dobbiamo anche passare qualche ora insieme, ho pensato a come evitare dei tracolli nella vostra attenzione e così mi sono rivolto a Leonardo da Vinci perché ci aiuti un poco lui con la sua originalità, a Freud e Lacan per entrare nella questione della mancanza grazie a cui si costituisce la ricerca di parte del novecento.
Quindi non ho scomodato tre piccoli calibri della storia dell’occidente per farvi annoiare ma per ottenere della curiosità verso qualcosa di conosciuto ritengo solo apparentemente.
Se ciascuno di voi è arrivato fin qui, deve aver posto in essere anche una serie non piccola di eventi perché il proprio telefono non squilli e non ci sia un tracollo nella sua vita, quindi deve aver avuto cura che l’incontro con il docente fosse possibile, rivolgendosi al proprio universo di santi.
Quindi a distanza, senza esserci detti nulla, sia io che ciascuno dei presenti ha posto in essere una direzione della cura che se va tutto bene, ci porterà a uscire di qui stanchi ma con il sorriso sul volto; se va male, saremo sempre stanchi e dovremo andare tutti a cercare un sorriso.

In apertura vi chiedo di partecipare all’incontro tra Leonardo da Vinci e la sua Sant’Anna.
Il dipinto che non ho visto dal vero, si trova al Louvre e meriterebbe un seminario direttamente in loco che potremmo anche  organizzare magari come seminario delle trenta ore.

Raccontiamo cosa potremmo attualmente vedere se ci trovassimo lì: due donne, madre Sant’Anna e figlia Maria che vegliano su un giocoso bambino alle prese con un agnello, nel senso che lo afferra con una certa energia.
Il bambino è il figlio di Dio che si raddoppia nell’agnello prossimo alla passione, quindi è un bambino figlio di Maria ma è anche figlio di Dio che dovrà essere sacrificato. Anche la madre di Dio è a sua volta figlia e è sostenuta, forse trattenuta dalla precedente generazione.
“La descrizione che nel 1501 il carmelitano Pietro da Novellara diede del dipinto fiorentino ad Isabella d’Este («un Cristo Bambino di età circa un anno, che uscendo quasi de’ bracci ad la mamma piglia un agnello et opare che lo stringa; la mamma quasi levandosi de grembo ad S. Anna, piglia il bambino per spiccarlo dall’agnellino»)…L’opera raffigura le tre generazioni femminili della famiglia di Cristo: Sant’Anna, sua figlia Maria e Gesù bambino. Anna tiene Maria sulle ginocchia, quasi fondendosi l’un l’altra senza distinzione d’età; Maria per afferrare il Bambino sporgendosi verso destra si leva “de grembo ad S. Anna”, mentre egli gioca con un agnello, prefigurazione della sua futura andata incontro alla Passione.

Perché scomodo tanta grazia per il nostro impegno di studio di questa mattina?

La colpa è di Freud che si occupa di Leonardo ritenendolo assai interessante per quanto riguarda la formazione del desiderio di conoscenza.
Saprete che Leonardo ha un rapporto complesso con il padre. Il padre lo genera con “una certa Caterina di estrazione inferiore. La notizia della nascita del primo nipote venne annotata dal nonno Antonio, padre di Piero e pure notaio, su un antico libro notarile trecentesco, usato ormai come raccolta di “ricordanze” della famiglia, indicando: «Nacque un mio nipote, figliolo di ser Piero mio figliolo a dì 15 aprile in sabato a ore 3 di notte [attuali 22.30]. Ebbe nome Lionardo. Battizzollo prete Piero di Bartolomeo da Vinci, in presenza di Papino di Nanni, Meo di Tonino, Pier di Malvolto, Nanni di Venzo, Arigo di Giovanni Tedesco, monna Lisa di Domenico di Brettone, monna Antonia di Giuliano, monna Niccolosa del Barna, monna Maria, figliuola di Nanni di Venzo, monna Pippa di Previcone»” (1)   è cresciuto dalla madre che lui ama sempre riferendosi al padre che generò una dozzina di fratelli. Il padre da cui ottiene il nome è proprio un padre dal nome interessante “Piero del Vaccha da Vinci, detto l’Attaccabriga”. (2)  Saprete anche che Leonardo ama due madri, quella che lo crebbe, moglie del padre, morta giovanissima e quella che lo fece nascere ma che lui non conobbe, morta giovanissima anch’essa. Quindi abbiamo un padre che al battesimo è assente, una madre assente al battesimo anch’essa per convenienza che comunque muore giovane, una madre assai accogliente della realtà che muore giovanissima da cui lui è amato e che lui ama.

Ciò naturalmente ci appassiona perché immediatamente ci accorgiamo della mancanza del nome o meglio di più nomi che rappresentino una certa discendenza e ciò intriga il nostro interesse verso l’uomo Leonardo sempre alla ricerca di ciò che ancora non ha un nome ma solo un disegno della sua mente.

Freud traccia un’ipotesi poi non risultata verificabile sul dipinto di San’Anna.
Si tratterebbe della questione se e come appare una figura di nibbio sul dipinto al fine di avvalorare l’ipotesi di omosessualità del Leonardo. E’ un ricordo di Leonardo « ne la mia prima ricordazione della mia infanzia è mi parea che, essendo io in culla, che un nibbio venissi a me e mi aprissi la bocca colla sua coda, e molte volte mi percotessi con tal coda dentro alle labbra » ( Leonardo da Vinci, Codice Atlantico, c 61 r.)
Questa fantasticheria leonardesca viene letta da Freud come sovrapposizione tra la relazione dell’infante al seno materno e una fellatio. Egli sosteneva la sua teoria con l’osservazione che i geroglifici egizi rappresentavano la parola “madre” come un avvoltoio (la dèa Mut), poiché gli egiziani credevano che non esistessero avvoltoi maschi, e che le femmine della specie fossero ingravidate dal vento.(3)
In realtà si trattò di errore di traduzione che  per noi si rivela assai fecondo.
Freud cerca in quel dipinto qualCosa che stiamo cercando anche noi. Freud attraverso i testi interroga Leonardo per avere una qualche conferma sul processo edipico e prova a trovarlo in colui che mostrerebbe la genesi della sua omosessualità.
Quindi Freud, senza colpo ferire al già defunto Leonardo, cerca in lui ciò che stava cercando altrove. E qui vi chiedo di soffermarvi un poco e di pensare se tale inquietudine in Freud non ci appartenga. Non credo di esser smentito se affermo che ciò è quanto anche noi faremo oggi quando cercheremo nei casi qualcosa che ci manca per capirli formulando ipotesi che ci serviranno per alimentare la teoria e la rotta nella relazione con l’altro sconosciuto.
Sottolineo che la questione della mancanza sarà il vero lavoro di questa giornata.

Torniamo a Sant’Anna per domandarci per quale passione Leonardo dipinga queste due donne prosperose secondo Freud ricordandoci che Leonardo non ha conosciuto la madre biologica e ha avuto una difficile nominazione paterna.
Facilmente possiamo intuire che nel dipinto Freud  trova che la tenerezza di Sant’Anna è la messa in forma della questione dell’uomo Leonardo di rendere accettabile che la madre assente sia benevola con la madre nutrente, quindi un’elaborazione artistica di un dilemma irrisolvibile.
L’agnello infine è il necessario sacrificio del figlio di Dio nel farsi uomo, forse ideale figlio costretto a rendere umile servigio alla Dea madre.
Diamo ora un’occhiata a un cartone preparatorio dell’opera.Guardate un poco che cosa esce fuori dal cartone preparatorio dell’opera di Leonardo?  
Esce fuori un dito, un indice rivolto vero l’alto che indica qualcosa che nell’opera finale è stato oscurato.
A chi si rivolge Sant’Anna guardando la Vergine se non al Padre che in quel momento è il figlio e l’agnello? E chi è quella terza figura a sinistra di Sant’Anna?
Dunque se seguiamo le tracce lasciateci da Leonardo procediamo assai velocemente nel sospettare che proprio il Padre sia il motore di quest’opera in cui a essere mostrate sono invece le figure materne. Domandarsi dove si trovi il padre reale è una domanda legittima se sappiamo che Leonardo era figlio illegittimo e che fu adottato dalla moglie di suo padre con una certificazione del nonno.
Quindi questo padre è proprio Assai in alto e tanto è assente quanto è importante e significante.
“Lacan dice del piccolo Hans che era “figlio di due madri”.(4)  Leonardo ne ebbe davvero due, Caterina e Donna Albera, la moglie di suo padre. “Anna Metterza”.
Come legge Lacan questa immagine?
Essendo assente il padre da qualche parte ci deve pur essere un fallo e il fallo Lacan lo identifica, nel seminario IV dedicato alla relazione d’oggetto, nella fusione dei due corpi femminili e nella presenza-assenza dell’Altro indicato dal gesto della mano rivolto verso il cielo. Il bambino Leonardo, come il piccolo Hans, è legato al corpo materno, fallo idealizzato da cui non ci separa.
“È l’altro immaginario, non l’Altro radicale, assoluto”. Nei quaderni di appunti si trova questa affermazione: “La natura è piena d’infinite ragioni che non furon mai in esperienza” . La natura, vale a dire, non è alterità, la si può comprendere attraverso un’identificazione immaginaria. Lacan riconosce questa identificazione nella fusione dei due corpi, quello della Sant’Anna e quello della Vergine Maria, oltre che nel dipinto del Louvre, nel cartone conservato alla National Gallery di Londra. Sant’Anna e la Vergine Maria formano un essere bicipite. Sul cartone di  Londra il bambino prolunga il braccio della madre, mentre l’altra donna solleva il dito indice come il San Giovanni (conservato al Louvre). Abbiamo qui un primo quartetto: Madre reale, madre immaginaria, bambino reale, fallo nascosto. Il dito indice simboleggia la mancanza ad essere.
Quanto stiamo affermando lo ritroviamo poi “Nelle ultime opere di Leonardo in cui la figura di Dioniso appare in tutta la sua evidenza, travestita ambiguamente da ‘precursore’ di Cristo nel San Giovanni Battista e nel tardo e parzialmente non autografo San Giovanni nel deserto: che poi non è un deserto, ma un paesaggio di natura primordiale e lussureggiante, con la figura umana che era già ab antiquo interpretata come Bacco-Dioniso, in una singolare posizione che sembra quasi ricordare il movimento di danza di Shiva Nataraja, nell’atto di distruggere e ricreare il mondo. Dioniso appare soprattutto nel disegno preparatorio dell’Angelo dell’Annunciazione recentemente scoperto e chiamato Angelo incarnato, sconvolgente rappresentazione di un androgino con il seno femminile scoperto e il membro virile in erezione, sotto un velo trasparente.
L’angelo si presenta, col movimento del braccio, nella stessa posizione dell’Ardhanarishvari nelle sculture indiane più antiche provenienti da Mathura (II-III sec. d.C.).

Ecco l’Ardhanarishvari a tutto tondo, che presenta contemporaneamente gli organi maschili e femminili. Non è ‘precursore’ di nulla, ma solo l’epifania sorridente dell’androgino originario.(5)
Nelle sue opere Leonardo prende quindi posizione rispetto al problema dell’Altro: l’Altro assoluto è l’inconscio ermeticamente chiuso, la donna imperscrutabile e dietro di lei la morte. La mancanza ad essere è risolta nell’androgino originario che muove il processo della sublimazione. Sulla base di questa analisi dell’immagine, Lacan ci fornisce nel 1957 la sua definizione di sublimazione. La sublimazione è uno spostamento della relazione del Soggetto verso una »alterità fondamentale« – in ultima analisi verso la morte. Questa relazione del soggetto alla morte viene spostata per far spazio a un fantasma. Il tema della morte è rappresentato dall’agnello – il “quarto” nel dipinto della Sant’Anna Metterza, che è un bambino e non un agnello. Nel cartone di Londra è il San Giovannino a trovarsi in questa posizione. Non si tratta solo della morte che mette fine alla vita. Si tratta anche della morte che colpisce la sessualità di Leonardo. Una parte della sua virilità gli è stata sottratta dalla madre insoddisfatta. La sua vita testimonia l’assenza di un legame vero e proprio. Ma ecco la sorpresa. Lacan non sposa la tesi dell’omosessualità di Leonardo Da Vinci non è la madre dei suoi allievi, né tantomeno dei suoi dipinti. Lacan ha piuttosto l’impressione di una »paternità de rêve«, sognata, agognata.
Nel dipinto della Sant’Anna Metterza si può osservare un triplice movimento, »il segno del dramma«: Il bambino vuole cavalcare l’agnello, la madre vuole trattenerlo e la Sant’Anna » trattiene la madre affinché non sottragga il bambino al suo destino e al suo sacrificio.(6)  È la scena di una separazione impossibile.
Riguardo alla catalogazione di Leonardo come omosessuale Lacan resta scettico, pur ammettendo che l’inversione trova una conferma nella »inibizione straordinaria« da lui mostrata. Questa inversione è particolare, non è esclusivamente erotica. Si tratta dell’inversione che regna allo specchio.
A noi interessa in particolare che la questione della mancanza del padre e il desiderio di essere figlio riconosciuto dalla relazione originaria madre e padre porta straordinariamente all’opera artistica dell’androgino che ha nella dea indiana un prototipo di cui Leonardo probabilmente ebbe conoscenza.
Attraverso una sorta di motto di spirito Lacan la situa sull’asse immaginario del suo Schema Z (vedi J. Lacan, Seminario IV NdT) . Si tratta di un inversione dell’Io e dell’altro, che si accompagna al processo di sublimazione. Lacan trova questa inversione sul piano dell’opera, ad esempio nella scrittura all’incontrario dei manoscritti leonardeschi. La sublimazione è collegata all’alienazione immaginaria. Se le due immagini di Parigi e di Londra raffigurano una separazione, (….) Leonardo sfiora l’idea della pulsione di morte. L’uomo desidera tornare al suo stadio originario. Egli però non sa che questo desiderio significa la sua autodistruzione. Questo desiderio è infatti l’essenza degli elementi. Essi vogliono tornare al loro creatore. E Beckett ironizza: »sa bene che, per quanto lo riguarda, non andrà perso nemmeno un frammento.
Freud aveva intuito nella ricerca senza fine di Leonardo il ritegno. Lasciamo a lui l’ultima parola: “Dell’opera lo interessava soprattutto il problema, e dietro a questo ne vedeva sorgere altri, innumerevoli, così come era abituato durante l’infinita e inesauribile investigazione della natura. Non riusciva più a limitare il suo impegno all’isolamento dell’opera d’arte, sapendo come essa appartenesse a un più grande contesto, da cui lui non riusciva più a svincolarla.”(7)  L’immagine della Sant’Anna esprime un rimorso? Il dipinto doveva rappresentare proprio questo svincolarsi?”(8)

“Il soggetto d’altra parte entra nel gioco come morto, ma è come vivente che giocherà: è dalla sua vita che deve prendere gli elementi del gioco che dovrà dichiarare a momento debito. E lo farà servendosi di un set di figure immaginarie selezionate tra le innumerevoli forme di relazione animiche, la cui scelta comporta un certo arbitrio perché, per poter ricoprire omologicamente il ternario simbolico, dev’esser numericamente ridotta.”(9)

Ecco che entriamo nella questione della mancanza ad essere e della direzione della cura.
Che c’entriamo noi con la questione del morto e del set di figure immaginarie e del ternario simbolico?
Noi siamo qui per chiederci quali carte dichiareremo tra breve durante la discussione dei casi per riportare sul piano dell’immaginario la relazione che è caduta nella realtà dell’incontro psicoterapeutico che sta segnando la vostra formazione di allievi.
Quello che è caduto nella realtà dell’incontro è irripetibile e pertanto perduto per sempre a meno che noi non ci si ponga in qualche misura nella dimensione di Leonardo alle prese con Sant’Anna: dobbiamo da figli attraversare circa tre generazioni e nel cartone che si cela dietro l’esperienza individuare la relazione simbolica con l’Altro perché attraverso essa si possa nominare il Nome del Padre  per mostrare il proprio al pubblico.
“L’attribuzione della procreazione al padre può soltanto essere effetto di un puro significante, di un riconoscimento non del padre reale ma di ciò che la religione ci ha insegnato a invocare come Nome-del-Padre. Certo non v’è bisogno di un significante per essere padre, non più che per essere morto, ma senza significante nessuno saprà mai niente dell’uno e dell’altro di questi stati d’essere”(10)
Ma per far questo deve o no il figlio sacrificare qualcosa? Il sacrificio è il processo che trasforma l’agnello in figlio dell’uomo che può rivolgersi creativamente al Padre Dio senza esserne annientato.
Noi staremmo cioè proprio nel posto che occuperà per tutta la vita Leonardo, ci troveremo sempre alla ricerca di ciò che mancando, offre spazio a una costante fame di sapere, con la differenza che speriamo di poter fare appello al padre, cosa  che Leonardo non poté.
Se ciò è dunque accettabile ci dovrà pur essere una questione sulla direzione della cura di questo processo.
“Il proprio livello operativo l’analista lo deve trovare nel rapporto con l’essere, e le possibilità offertegli a questo scopo dall’analisi didattica non vanno calcolate solamente in funzione del problema supposto già risolto per l’analista  che lo guida in essa. Vi sono infelicità dell’essere che la prudenza dei collegi e la falsa vergogna che dà sicurezza alle dominazioni, non osano espungere da sé.
Va formulata un’etica che integri le conquiste freudiane sul desiderio: per mettere in capo ad essa la questione del desiderio dell’analista.” (11)
Siamo qui quindi per andare a vedere cosa il compagno ha nel mazzo delle carte senza la presunzione di poterle giocare tutte senza di lui.
Al tempo stesso non possiamo dare per vivo il compagno di gioco ma dobbiamo sopportare la sua continua assenza ripetendoci questa frase di Lacan, trasformata dal sottoscritto in interrogativa:
“tutto per l’altro, mio simile, …” potremmo dire ma dicendo ciò non nascondiamo “l’angoscia che l’Altro (con un’A maiuscola) ispira per il fatto di non essere un simile”? (12)

Da Wikipedia:
Il gioco del morto Le regole del gioco sono simili a quelli di altri giochi “a prese” (come per esempio il tressette) con la particolarità che il giocatore che si è aggiudicato il contratto muove anche le carte del compagno (detto morto) che sono distese sul tavolo e visibili a tutti.(wikipedia)
Il flogisto “La teoria in sostanza sostiene che i materiali combustibili e metalli arroventati si trasformavano in “calci” (oggi diremmo semplicemente che si ossidano) producendo durante il processo di combustione o di calcinazione, il “flogisto”, un misterioso principio di infiammabilità
o principio solforoso.

Note
1 Wikipedia
2 idem
3 Franz Kaltenbäck – Il Leonardo di Freud. Infanzia, tragedia e sublimazione – Firenze, 18 Novembre 2006, Traduzione dal tedesco di Jacopa Stinchelli©2006
4 Carlo Pedretti – Leonardo da Vinci, L’angelo incarnato, Salai editore
5 idem
6 Il Leonardo di Freud. Infanzia, tragedia e sublimazione Firenze, 18 Novembre 2006 Franz Kaltenbäck Traduzione dal tedesco di Jacopa Stinchelli©2006
7 idem
8 Jaques Lacan Ogni possibile trattamento della psicosi scritti volume 2
9 idem
10 idem
11 idem
12 idem

Bibliografia
Sigmund Freud – Un ricordo d’ infanzia di Leonardo da Vinci -1910 – Opere vol. 6 Boringhieri
Jaques Lacan – Ogni possibile trattamento della psicosi scritti volume 2 Einaudi editore
Franz Kaltenbäck – Il Leonardo di Freud. Infanzia, tragedia e sublimazione Firenze, 18 Novembre 2006 Traduzione dal tedesco di Jacopa Stinchelli©2006
Carlo Pedretti – Leonardo da Vinci, L’angelo incarnato, Salai editore
Wikipedia

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2 risposte a Sulla mancanza ad essere e la direzione della cura

  1. Ivonne scrive:

    Ciò naturalmente ci appassiona perché immediatamente ci accorgiamo della mancanza del nome o meglio di più nomi che rappresentino una certa discendenza e ciò intriga il nostro interesse verso l’uomo Leonardo sempre alla ricerca di ciò che ancora non ha un nome ma solo un disegno della sua mente.

    trovo questa frase degna di un altro seminario,in cui ,”inquietudine,”" poesia,” cercano? trovano? il luogo e il nome, di chi li sta vivendo…..
    insomma partenza di riflessione

    • Nicola Basile scrive:

      Mi trovo in accordo con la tua proposta e la trasformo in una domanda: La ricerca poetica non è dare un nome a ciò che ancora non ha una forma ma esiste nel luogo dell’inconscio?

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